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I vescovi nicaraguensi
fermano un attacco

· L’intervento evita un’offensiva armata a Masaya ·

Managua, 22. Un intervento provvidenziale, senza il quale, probabilmente, si sarebbe compiuta una strage. In Nicaragua, ieri, una delegazione di vescovi, accompagnata da una trentina di sacerdoti, ha lasciato la cattedrale di Managua (dove si stava celebrando la giornata di preghiera nazionale) per raggiungere, a trenta chilometri di distanza, Masaya, capoluogo del dipartimento omonimo, città che il 18 giugno si è dichiarata “territorio libero dal dittatore”. È lì che, secondo informazioni raccolte dai presuli, l’esercito si stava preparando a un’offensiva armata. 

Il cardinale Brenes Solórzano a Masaya assieme al nunzio apostolico Sommertag

Capeggiata dall’arcivescovo di Managua, cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano, presidente della Conferenza episcopale, la delegazione — riferisce l’agenzia Efe — ha parlato per più di un’ora con il commissario Ramón Avellán, capo della polizia a Masaya, il quale si è impegnato a fermare l’attacco.

Al termine del colloquio, la gente è uscita per le strade ringraziando calorosamente i rappresentanti della Chiesa. Fra essi c’era anche il nunzio apostolico in Nicaragua, arcivescovo Waldemar Stanisław Sommertag: «Ogni morte è un’offesa a Dio», ha dichiarato, sottolineando che «Papa Francesco è informato di quello che sta accadendo qui in Nicaragua». Presuli e sacerdoti si sono poi riuniti in preghiera con la popolazione locale, recitando il Padre Nostro: «Siamo consapevoli del dolore che si sta verificando. Dobbiamo pregare molto, dobbiamo avere certezza e fiducia in Dio. Speriamo che quello che è successo non accada più», ha concluso monsignor Sommertag, raccomandando ai cittadini di non rispondere con la violenza alla violenza e invitando tutti a un «serio esame di coscienza».

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