Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Nestore a Erevan

· L’Armenia nelle fotografie di Antonella Monzoni ·

Malinconia, pioggia, neve, paesaggi battuti dal vento, miserevoli costruzioni sovietiche in disfacimento, cani che si azzuffano; e tanti, tristi fiori per terra, davanti alle aguzze lame del monumento del genocidio a Tsitsernakaberd, la collina delle rondini; ma sullo stesso sfondo vedi anche pugni alzati, come un simbolo dell’eterna lotta degli armeni perché si sappia, perché gli eventi terribili del 1915 non rimangano sepolti nell’oblio. E poi gli sguardi, tanti sguardi: fieri, non sconfitti, ma sui quali pesa un’infinita, antica tristezza.

Il monumento dedicato all’alfabeto armeno, inventato dal monaco Mesrop Mashtotz

Eccola, la “ferita armena”. Un titolo che richiama, suggestiona, convince. Perché Antonella Monzoni c’è andata, in questa Armenia notturna, e ha camminato lungo le strade e nei cimiteri, i troppi cimiteri d’Armenia. Ha fotografato le millenarie pietre di questo Paese, i pavimenti di lastre incise con le lettere meravigliose dell’antico alfabeto, le massicce lastre tombali da cui freschi visi giovanili guardano riflessivamente, come da un altare, i superstiti piegati dalla fatica di vivere.

Un’altra lastra, nera e recente, è coperta di fiori che stanno appassendo: siamo nella quiete di uno spazio erboso, con cespugli di varie tonalità di colore sullo sfondo, e una donna accovacciata che guarda la tomba: non piange, aspetta, chissà. È goffa e malinconica, e i lunghi capelli neri le spiovono intorno al viso. Un sentiero bianco di pietre quadrate, in primo piano, porta non si sa dove.

In un’altra immagine, quattro campanelle sono appese in fila su una lunga asse di legno sollevata da terra, che inquadra, come in una cornice di inesprimibile solitudine, le rovine di una chiesa antica, coi muri slabbrati che gridano al cielo. Ma la vita è più forte, la resistenza degli armeni indomabile: c’è un uomo di spalle, in primo piano, che sta suonando la campanella più grande, come a evocare un campanile che non c’è più, le voci dei monaci e il suono dei canti liturgici.

Nevica, e sotto un albero una donna aspetta il suo uomo che, carico di un enorme fagotto, sta camminando verso di lei. Sullo sfondo, l’inconfondibile profilo di una chiesa armena, con la sua cupola ottagonale e l’esile croce in cima. Fa freddo, tanto freddo, ma i due sono là, e stanno per ricongiungersi: è la forza della vita che vince, e li trascina uno verso l’altro. Ci sono croci dovunque, nel panorama armeno.

Ma quelle che veramente definiscono il paesaggio sono le khatchkar, le croci di pietra, lastre rettangolari incise che si trovano dappertutto, vicino alle antiche chiese, sulle strade e nei campi, e stanno a significare una volontà di testimonianza, a marcare il territorio, a renderlo tipico. Croci che simboleggiano la morte, ma anche la vita che risorge: e sulle quali a volte una croce più grande ne copre e protegge molte di più piccole, come la Croce di Cristo con quelle dei poveri esseri umani. Spesso sono decorate con l’albero della vita, che sorgendo dal basso percorre e innerva la superficie della lastra di granito.

Stupisce, nelle fotografie di Antonella, la sensazione sempre presente dell’infinita varietà degli spazi, aperti su orizzonti infiniti. Un gregge va verso il nulla, e le miti schiene lanose si stagliano su un lontano chiarore nevoso; ma dallo stesso lontano orizzonte nevoso si avvicina a noi un pastore che sembra un antico eroe, Nestore di Pilo dalla bianca barba, ieratico e solenne, rivestito dei suoi stracci come di un mantello regale.

di Antonia Arslan

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE