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Nessuno si senta assolto

· I nuovi poveri, i “barboni domestici”, gli emarginati sono appena fuori la porta dei nostri rifugi illusori ·

Colloquio con il direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale don Francesco Pesce

Indifferenza, paura, sfiducia nelle istituzioni. Sono molti i volti con i quali il male, i “mali della città” si presentano oggi, a Roma, diocesi del Papa e capitale d’Italia. Volti in un certo senso già noti. Quello della povertà però sembra aver cambiato connotati. Si è poveri, nella città eterna come altrove, per mancanza di legami, perché non bastano più le risorse economiche ereditate dei genitori. E si può diventare poveri, improvvisamente, per eventi oramai ordinari dell’esistenza, come il fallimento dell’azienda per cui si è lavorato per anni, o di un matrimonio sbagliato. Ci si può ritrovare “barboni domestici”, per i quali la definizione di “senza tetto” è impropria; esistenze solitarie dentro quattro mura, magari appunto ereditate, di persone senza lavoro, senza apparente possibilità di vita sociale, con conseguenti, quasi inevitabili difficoltà psicologiche. Situazioni che don Francesco Pesce, parroco e direttore a Roma dell’ufficio diocesano per la pastorale sociale, conosce bene. Anche se la Chiesa stessa sperimenta una sua “nuova” povertà, ben diversa da quella predicata dal Papa, l’opera che essa assolve a sussidio di uno Stato sociale di cui sono rimasti solo ruderi, è, più che preziosa, ormai indispensabile. E, alle luce dei cambiamenti sopra esposti, è costretta a mutare carattere e tipologia di intervento.

Don Francesco, chi sono i poveri, oggi?

Prima di tutto sono coloro che stanno sempre con noi: «I poveri infatti li avete sempre con voi», scrive l’evangelista Matteo. Sono uomini e donne, nomi e cognomi, sono milioni, e rappresentano, esattamente come la Parola di Dio, una spada a doppio taglio che penetra nella coscienza civile e cristiana di ognuno di noi; sono lo scandalo perenne di una società moderna che ha costruito il suo “accampamento”, lo ha cinto di mura invalicabili e si è lasciata alle spalle, cinicamente, di nascosto e senza pietà, un mucchio di pietre scartate. Vorrei poi mettere in evidenza una differenza direi storica; ieri i poveri erano coloro, anche intere popolazioni che nascevano e vivevano nelle periferie del mondo, in paesi sempre in guerra, e dove anche la natura sembrava non avere misericordia. Si nasceva poveri, e molto spesso poveri si moriva. Oggi in moltissimi casi, si diventa poveri; nel nostro mondo urbanizzato, la solitudine delle grandi megalopoli rende poveri gli anziani, i legami sempre più fragili delle famiglie possono rendere all’improvviso povero un coniuge, come il degrado anche architettonico delle periferie urbane rende povero il cittadino, senza piazze, senza panchine, senza alberi, né fiori né luce del sole; anche nella Chiesa c’è il clericalismo che rende poveri, perché crea una barriera addirittura “sacra”. Per non parlare dei rifugiati e degli immigrati, i lebbrosi del mondo contemporaneo che abbandonate le loro terre e le loro case dove avevano un patrimonio di ricchezza almeno sociale e umano, si ritrovano poveri non solo di pane ma più ancora di legami, di dignità e forse anche di speranza, sbattendo la faccia contro i muri e i cuori di pietra degli epuloni della nostra epoca. I poveri oggi, quindi, direi sono coloro che spesso lo sono diventati; ma non solo questo. A differenza di ieri, sono anche invisibili; perché noi chiudiamo volentieri gli occhi per non voler vedere; invisibili perché nascosti, da muri, da cancelli, isolati in ghetti, nei tunnel delle metropolitane, dove volentieri li lasciamo non tanto per ripararli dal freddo ma per evitare il fastidio di averli sotto casa e tutelare un ipocrita decoro urbano. Infine i poveri oggi, a differenza di ieri, sono coloro che hanno preso consapevolezza della loro condizione e si ribellano, reagiscono; noi abbiamo programmato una esclusione che arriva perfino a toccarli dentro, nella coscienza, convincendoli quasi di una loro identità di esclusi, senza scampo. Non ci siamo riusciti per Grazia di Dio, che in Gesù, da ricco che era, si è fatto povero. Come sono attuali le parole profetiche di don Primo Mazzolari: «Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure, c’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata».

E a Roma, nella diocesi del Papa, che poveri ci sono?

Non sono diversi da quelli di altri insediamenti urbani. Certamente però in una città dove c’è la Chiesa di Roma che si distingue storicamente per la carità e dove sono vissuti innumerevoli santi “sociali”, la presenza dei poveri è uno scandalo ancora più intollerabile; la nostra Caritas diocesana è in prima linea ed è un vanto di tutta la città. C’è un malessere che cresce. È sotto gli occhi di tutti il cosiddetto popolo dei senza dimora, dei catalogati «in povertà estrema». Si registra anche il “barbonismo domestico”, persone che hanno una casa di proprietà ma sono totalmente sole, con fragilità esistenziali e problemi psicologici. Poi c’è l’isolamento di molti anziani, ragazzi con contratti di lavoro umilianti, il tristemente noto popolo delle partite Iva, giovani che si rifugiano in mondi virtuali per sfuggire una realtà dura, come già notava madre Teresa di Calcutta. Nuovi poveri ormai senza più la casa di proprietà lasciata dai genitori o dai nonni, che un tempo era un argine sicuro su cui si poteva sempre contare. Il fallimento di una ditta, un licenziamento, una separazione familiare, le dipendenze da droghe, alcol, gioco d'azzardo sono anch’esse strade sicure verso la povertà quasi improvvisa. Nessuno può dire di non sapere, siamo sulla medesima strada come racconta il vangelo del Buon samaritano; passare oltre, dall’altra parte, è un peccato contro l’uomo e contro Dio.

Messo per un momento da parte il tema dell’insufficiente accesso ai beni primari di sussistenza, se lei dovesse definire la povertà del secondo millennio, con quali parole inizierebbe?

Direi che la povertà è una cosa diversa dai poveri. È un segno divino per gli uomini ed è un’opportunità per la Chiesa. Segno per gli uomini perché ci richiama alla realtà essenziale che è l’Amore; troppa zavorra ci portiamo addosso come singoli e come popoli, e ciò impedisce di essere una vera comunità di uomini liberi e ci rende infelici. Opportunità per la Chiesa perché la scelta preferenziale per i poveri deve essere riconfermata ogni giorno con scelte quotidiane che impegnano ognuno di noi davanti al Signore e al mondo che ha “diritto” di aspettarsi dai cristiani uno stile di vita semplice e sobrio, una condivisione inclusiva. La povertà stimola la Chiesa a una sempre nuova conversione.

Quando si parla di povertà inevitabilmente si parla di indifferenza. L’indifferenza è più un problema culturale o politico?

L’indifferenza è un problema culturale, perché la cultura è più grande della politica. In un certo senso la cultura dell’indifferenza è l’opposto dell’amore di Dio e nessuno di noi può essere sicuro di rimanere immune da questa malattia morale e spirituale. L’indifferenza è un demone molto insidioso, perché come un serpente si insinua a poco a poco, giorno dopo giorno, spesso si maschera anche di bene, e ti fa dire: io non c’entro, non mi riguarda, non è colpa mia, devo pensare ai miei figli. L’indifferenza ci ruba l’anima, ci disumanizza e ci trasforma in maschere ipocrite di perbenismo e spiritualismo, complici omertosi del male.

Lei oltre a essere parroco è anche responsabile dell’ufficio diocesano per la pastorale sociale. Povertà a parte, quali sono oggi le emergenze sociali a Roma?

Credo che le vere emergenze sociali oggi a Roma siano la paura e la mancanza di fiducia nelle istituzioni. Certamente non mancano i motivi per avere timore, per il futuro, per il lavoro, per la sicurezza, e non sempre le nostre autorità cittadine hanno dato buona prova di sé ma noi cristiani abbiamo la grande responsabilità di leggere e annunciare i segni dei tempi che manifestano ciò che lo Spirito sta dicendo oggi a noi. A questo proposito trovo straordinario il racconto dell’apostolo Filippo che battezza l’eunuco, descritto negli Atti degli apostoli. Possiamo imparare molto dall’esperienza di Filippo, e trovare in essa speranza, fiducia e incoraggiamento. Lo Spirito ci spinge verso “una strada deserta”. Abitare con gioia questa città di Roma “deserta” è la chiamata dello Spirito per tutti noi (ed è questo l’impegno della diocesi per i prossimi anni). Filippo che rappresenta tutta la comunità ecclesiale, nella sua missione di annunciare il vangelo, si trova, senza averlo né scelto, né previsto, per iniziativa dell’angelo del Signore, su una strada deserta, verso una città pagana, in un’ora inconsueta per stare in strada, a mezzogiorno. Anche qui a Roma, nella città di Pietro e Paolo, dove innumerevole schiere di santi hanno testimoniato il vangelo, ci troviamo oggi, su una strada deserta, cioè in una cultura multiforme e in rapido cambiamento, che forse sentiamo anche in parte avversa, dove la nostra fede sembra trovarsi quasi da sola, senza i riferimenti religiosi pubblici di un tempo, e dove il consenso generale alla Chiesa e alle istituzioni, non c’è più. L’angelo del Signore, cioè lo Spirito Santo, ci invita ad abitare questa strada deserta, questa città che si sta trasformando, e di abitarla con gioia e fiducia. Abitare con gioia la città “deserta”, senza nostalgie per il passato, vivendo il nostro servizio al vangelo e al bene comune, con speranza e serenità, perché anche questo nostro tempo, magari senza rendersene totalmente conto, è aperto al mistero, desidera trovare il senso profondo della vita. È una città che in parte ha smarrito Dio, ma non è contro Dio, e ancora per dono di Grazia potremo sempre realizzare incontri sorprendenti.

L’immagine di Roma che viene veicolata dai mezzi di comunicazione in questi anni, secondo lei, è corrispondente alla realtà?

Direi che viene rappresentata solo una parte, importante certo, ma non rappresentativa della realtà più profonda dei romani. O Roma nobilis non è soltanto l’antico inno dei pellegrini, ma il cuore pulsante, seppur affaticato, della nostra città.

Roma affaticata anche dalla criminalità. La situazione secondo lei è peggiorata negli ultimi anni?

Se guardo ai decenni passati quando anche Roma era sconvolta dal terrorismo, evidentemente no. Negli ultimi anni però assistiamo a fenomeni di microcriminalità in particolare in alcune zone periferiche, ma non solo, e al fenomeno codificato come “mafia capitale” che non possono che preoccupare e allarmare. Vorrei sottolineare però la pronta reazione della società civile, come abbiamo visto a Ostia, Centocelle, San Lorenzo e in altri quartieri.

Ma rispetto al passato da lei citato, parlerebbe di una Roma più accogliente o più razzista, o quanto meno più intollerante?

Come dicevo prima, la paura, specie se indotta da informazioni parziali e strumentali, alimenta l’intolleranza e il razzismo, e ne diventano facile preda i giovani, specialmente. Questo succede anche a Roma. Il fenomeno migratorio ci accompagnerà per i prossimi decenni, e io preferisco chiamarlo, non “Esodo” biblico, ma Epifania. Il Signore, attraverso i nomi i volti e le storie di queste persone, si sta manifestando, rivelando, ci sta dicendo qualcosa, vuole ancora parlare ai nostri cuori, alla Roma culla di civiltà e di fede. Sì, credo proprio che il fenomeno migratorio può purificare la nostra fede e il nostro mondo se sappiamo ascoltare il Signore che parla attraverso di loro.

I “mali di Roma” sono più una responsabilità della politica o dei romani?

“Mali di Roma” è il nome con cui si ricorda uno storico convegno del 1974, quando il Vicariato di Roma convocò la Roma cristiana e civile per riflettere sulle speranze di carità e giustizia della città. Le responsabilità sono di tutti, nessuno escluso, ma oggi è tempo non tanto di individuare i colpevoli ma di chiamarci a corresponsabilità verso i nuovi mali di Roma, perché «i ricchi sappiano almeno che i poveri sono alla loro porta e fanno la posta agli avanzi dei loro festini», come scriveva Paolo VI, nell’enciclica Populorum progressio.

di Marco Bellizi

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08 dicembre 2019

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