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Nessuno è un somarello

· Storie di scolari, genitori e insegnanti ·

Parlare di scuola è difficile. Nessuno è somaro. Storie di scolari, genitori e insegnanti (Bologna, il Mulino, 2018, pagine 178, euro 14) di Giacomo Stella e Maria Zoppello dà voce a chi il difficile lo vive sulla propria pelle, a quel dieci per cento che «ha difficoltà ad apprendere» secondo gli standard tradizionali, per il quale la scuola è frustrazione, luogo di sofferenza. Un libro importante, coinvolgente, che insegna molto sulla dislessia e non solo, ma che soprattutto offre spunti di riflessione per comprendere e tentare soluzioni.

Alfred Eisenstaedt, «Bambini al teatro dei burattini» (1963)

Nel passato, anche recente, questi ragazzi etichettati come «svogliati, sempre distratti, poco propensi allo studio», i somari, appunto, abbandonavano la scuola. Ora vengono diagnosticati (dsa, bes, adhd per indicare dislessia, discalculia, disturbo di attenzione), ma nonostante una legge, la 170 dell’8 ottobre 2010, finalizzata a «rimuovere gli ostacoli» che la didattica tradizionale solitamente impone loro, spesso rimangono relegati in una situazione dispregiativa di persona incapace.

Il libro di Stella e Zoppello riporta le testimonianze di un quotidiano scolastico, famigliare, anche professionale, dove il rifiuto di quanto previsto dalla normativa, o la sua applicazione superficiale e sterile, la rendono del tutto inefficace.

Si incontrano genitori in crisi, adulti, a volte insegnanti, che ancora fanno fatica a parlare della loro esperienza, anche una storia a lieto fine (quella di Giovanni), ma si incontrano soprattutto ragazzi che non vogliono più andare in una scuola che li fa soffrire.

Racconta Emanuele, il nonno di Luca: «Per l’ennesima volta mio nipote è tornato a casa piangendo (....). Il suo non è solo dolore è anche rabbia. Dice che andare a scuola non serve a nulla.(...) Gli hanno dato 9 in impegno e 2 in scrittura. L’idea dell’insegnante era forse buona, voleva premiare il suo impegno, ma in questo modo certificava la sua incapacità con un messaggio esplicito: anche se ti stai impegnando al massimo... non riesci, vali 2. Ma ci può essere un altro modo di valutare un alunno con simili difficoltà? (....) Luca vede che al compagno danno un bel voto, mentre lui con lo stesso numero di esercizi completati e lo stesso numero di risposte corrette, riceve solo un misero 6! La spiegazione è sempre la stessa e riguarda il fatto che usa gli strumenti compensativi!». Emanuele vorrebbe dire agli insegnanti che il nipote ha solo bisogno «di essere preso per mano», di sentire fiducia, di avere la giusta soddisfazione.

Nei confronti dei ragazzi con dsa il voto viene quasi considerato uno strumento di uguaglianza, che riallinea tutti giudicandoli col medesimo metro. In realtà il ruolo della scuola non dovrebbe essere quello di giudicare tutti allo stesso modo, ma quello di ricercare forme di valutazione che non penalizzino lo studente, ma che lo pongano nella condizione di imparare e di esprimere al meglio ciò che sa.

È quanto chiede il nonno di Luca alla scuola. Né sconti né facilitazioni, ma solo tenere in considerazione ciò di cui ha bisogno il ragazzo. Il gesto, semplicemente equo, di offrire a un alunno con dsa dei supporti compensativi, viene visto come facilitazione con quello che ne segue.

Il voto è rimasto uno dei capisaldi del nostro sistema di istruzione e sembra dare ai docenti più potere del loro sapere. Anche le famiglie, spesso, valutano gli insegnanti sulla base del loro modo di usare i voti.

Nel 2015 il ministero dell’Istruzione aveva proposto di eliminare il voto negativo dalla scuola di base, ma nonostante documenti e intenzioni ministeriali la valutazione delle competenze è ancora un’utopia.

Queste resistenze dell’istituzione ad accogliere le opportunità legislativa e gli strumenti telematici a disposizione, mettono in luce una didattica ferma, ancora finalizzata a selezionare attraverso un vecchio modello di prestazione scolastica, sebbene la realtà dimostri che molte persone di successo nel campo della scienza, arte, imprenditoria, spettacolo, abbiano avuto una storia scolastica travagliata di pagelle impresentabili, bocciature, “fallimenti”.

A lungo la scuola è stata un privilegio elitario, ma poi è diventata «la casa di tutti» per i primi venti anni di vita. È stata una rivoluzione epocale, di quelle che cambiano la storia. Ora, dicono gli autori, sarebbe «necessaria una seconda rivoluzione: rendere la scuola il posto migliore in cui stare», dove sia centrale la persona, non i voti, dove non esista il somaro. «E se non esiste il somaro, non esiste il bullismo» e dove non esiste il bullismo dominano rispetto e collaborazione.

«Il lavoro dell’insegnante è il più bello che esista perché produce futuro e — come diceva Leibniz — può cambiare la faccia del mondo».

di Nicla Bettazzi

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23 ottobre 2019

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