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Nessuna zona d'ombra

· ​Sulla sedazione palliativa profonda ·

In data 24 febbraio è stato pubblicato il parere del Comitato nazionale per la bioetica dal titolo «Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte» e il testo è disponibile on line sul sito del Comitato stesso.

Come specificato nell’introduzione di Lorenzo d’Avack, il tema della sedazione alla fine della vita, già proposto da Francesco D’Agostino, è stato approfondito anche in seguito a un quesito posto dall’onorevole Paola Binetti. Il quesito intendeva chiedere di fare maggior luce sul confine tra sedazione palliativa ed eutanasia allo scopo di non lasciare zone d’ombra su un soggetto delicato. Il Comitato, si legge in apertura, «avanza riflessioni con l’obiettivo di chiarire sul piano teorico la definizione e le condizioni etiche della sedazione profonda» e offre «indicazioni pratiche per gli operatori sanitari».

La legge francese Claeys-Leonetti recentemente approvata e spesso purtroppo commentata a sproposito rende inoltre il tema particolarmente attuale.
Si possono sottolineare nel documento alcuni punti chiave che contribuiscono a fare chiarezza. In primis, la «sedazione palliativa» è definita come «l’intenzionale riduzione della coscienza del paziente fino al suo possibile annullamento al fine di alleviare i sintomi refrattari fisici e/o psichici», sintomi cioè che, in accordo con le raccomandazioni della Società italiana di cure palliative, siano «non controllati in modo adeguato, malgrado gli sforzi tesi a identificare un trattamento che sia tollerabile, efficace, praticato da un esperto e che non comprometta lo stato di coscienza».
La sedazione palliativa, in particolare quella profonda e continua, dovrà essere, come ben evidenziato nel titolo, limitata ai casi di morte imminente, una morte cioè ragionevolmente attesa nelle ore o nei giorni che seguono. Questo è un punto cruciale sottolineato anche dalla legge Claeys-Leonetti: nessuno, anche se lo chiede, potrà essere sedato se non nell’imminenza della morte, se non affetto da una malattia inguaribile a uno stadio avanzato e se non in presenza di uno o più sintomi refrattari.
Quando possibile andrà sempre richiesto il consenso del paziente, il che non significa in questo caso «firmare un documento cartaceo quanto piuttosto far crescere progressivamente la consapevolezza del malato rispetto alla propria prognosi e raccogliere i suoi desideri» dando anche valore alle «dichiarazioni anticipate nell’ambito della pianificazione condivisa delle cure».
Il Comitato esclude inoltre l’utilizzazione del termine «sedazione terminale» in quanto «suscita equivoci» lasciando aperta l’ipotesi che sia il trattamento stesso a porre fine alla vita del paziente.
Con tale esclusione ci si avvicina alla risposta attesa dal quesito parlamentare: la sedazione palliativa non è una forma di eutanasia. Come messo in luce da numerosi studi dell’European Association of Palliative Care (Associazione europea di cure palliative), l’ultimo dei quali è del novembre dello scorso anno, la sedazione «non va confusa con l’eutanasia o con il suicidio assistito o l’omicidio del consenziente» e questo a livello di obiettivo, procedura ed esiti. Alleviare la sofferenza del paziente mediante la somministrazione di farmaci come il midazolam alle dosi minime per lenire un sintomo refrattario non vuol dire sopprimere un malato e su tale evidenza vi è ampio consenso nel mondo scientifico.
Questo anche quando il malato sia un bambino, delicata tematica sulla quale il parere si sofferma in un capitolo espressamente dedicato.
Il documento è efficacemente riassunto in nove raccomandazioni finali nelle quali, oltre a quanto già esposto, si sottolinea l’importanza di una «formazione specifica e continua anche in ambito bioetico degli operatori sanitari che affrontano questa fase terminale del paziente». Come a dire che la cultura bioetica deve entrare sempre più nel curriculum di medici e infermieri, soprattutto di quelli che lavorano a contatto con i pazienti morenti. L’esito non potrà che essere quello di una maggior efficacia professionale e di una lucidità che aiuterà pazienti e familiari a fare le scelte migliori.

di Ferdinando Cancelli

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