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Nessuna paura della diversità

· Intervista a Michael Czerny alla vigilia della giornata mondiale del migrante e del rifugiato ·

«Alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, anch’io, insieme ai miei genitori e a mio fratello più piccolo, sono stato un rifugiato, senza patria e sfollato, in fuga dalla mancanza di speranza post-bellica e verso la libertà». A raccontarlo è il gesuita di origini cecoslovacche Michael Czerny, sotto-segretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che in questa intervista all’Osservatore Romano rilancia i temi al centro della giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che culmina nella messa presieduta in San Pietro da Papa Francesco domenica 14 gennaio.

Nel messaggio per la giornata il Pontefice ribadisce che la diversità è occasione di arricchimento e non di impoverimento, come alcuni temono. In che modo può avvenire questo?

Esiste una parola semplice, che però è una straordinaria parabola visiva della ricchezza della diversità: «mosaico». Qui in Italia, e in tutto il mondo mediterraneo, c’è un’abbondanza di splendidi esempi. Ma in Canada, dove non ci sono mosaici antichi da ammirare, la stessa parola viene usata per affermare i risultati costanti e i perduranti lavori in corso del multiculturalismo, ossia dell’interculturalità. Proprio come per i mosaici — descritti a parole possono suscitare confusione o perfino delusione mentre a vederli sono convincenti e ispiranti — anche la ricchezza della diversità si aspetta sempre di più dalle persone nel mondo. Sebbene ci sia chi non riesce a immaginare che la sua cultura tradizionale possa cambiare, direi che di fatto il processo di diversificazione è già ben avviato — prima la radio, poi la televisione, poi internet, adesso gli smartphone e i social media e infine l’intelligenza artificiale — e quindi le società faranno bene a guardare alla diversità portata dal cambiamento non come a un qualcosa di cui preoccuparsi e da contrastare, bensì come a delle opportunità di arricchimento, arricchimento reciproco, incontro di culture e, infine, a lungo andare, evoluzione della civiltà.

Che lettura dà la Chiesa del fenomeno delle migrazioni?

La migrazione umana è del tutto normale, storica, praticamente genetica. La Chiesa può riflettere su questo e dire la verità su ciò che vede in tutto il mondo. Dobbiamo identificare i mali che costringono le persone a fuggire: violenza e persecuzione, rischi climatici e così via. I paesi e gli interessi che le costringono a fuggire devono accettare le proprie colpe e responsabilità. Ciò include il numero relativamente esiguo di quanti, ovunque nel mondo, sono di fatto sovra-sviluppati in termini di consumo, sfruttamento, influenza e ricchezza.

Qual è l’identikit del migrante che bussa alle nostre porte?

La stragrande maggioranza dei migranti si sposta in modo ordinato e regolare. Lungi dal minacciare il benessere dei paesi che liberamente concedono loro accoglienza, residenza e infine cittadinanza, i nuovi arrivati danno contributi importanti, essenziali e perfino indispensabili alla loro nuova patria. E molti di loro contribuiscono anche in modo significativo allo sviluppo del proprio paese di origine. C’è poi una minoranza importante di migranti, che è difficile distinguere dai rifugiati in termini di vulnerabilità e di ragioni che li costringono ad abbandonare la propria casa per cercare altrove la sopravvivenza, la sicurezza e un futuro. Spinti a migrare, ma incapaci di trovare un modo accessibile, affidabile o tempestivo per raggiungere la destinazione desiderata, scelgono i canali irregolari, ricorrendo di frequente ai servizi di contrabbandieri di persone, finendo fin troppo spesso nelle mani di trafficanti di esseri umani e ritrovandosi nei diversi orrori della schiavitù. Anche questi sfortunati migranti esigono la compassione, l’accoglienza e il sostegno degli abitanti più fortunati dei paesi più sviluppati o delle regioni più sicure nei paesi lacerati dalle guerre. La Chiesa non si stanca mai di insistere sull’uguale e irrinunciabile dignità di ogni e ciascun figlio o figlia di Dio, e di volere che questa dignità, e i diritti che ne scaturiscono, siano rispettati e promossi nella vita quotidiana, qui e adesso.

Nel concreto che cosa significa?

Qui e adesso, per esempio, la Sezione migranti e rifugiati del dicastero offre alla Chiesa in ogni parte del mondo incoraggiamento e guida per intraprendere le azioni più basilari, dinamicamente interconnesse, identificate da Papa Francesco nei quattro verbi contenuti nel messaggio: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» migranti, rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e vittime della tratta di esseri umani. Queste si traducono in venti punti di azione pastorale, ma anche in venti punti dei Global compacts internazionali che sono in fase di elaborazione per essere adottati dalle Nazioni Unite verso la fine del 2018: un patto globale sui rifugiati e un patto globale per migrazioni sicure, ordinate e regolari. Siamo lieti che i punti d’azione dei Global compacts siano stati inseriti tra i documenti delle Nazioni Unite al link www.undocs.org/a/72/528 in sei lingue.

Esiste un diritto a rimanere nella propria terra. Cosa può fare la comunità internazionale perché sia rispettato?

La migrazione sarà «ordinata, sicura, regolare e responsabile» — è questo l’impegno della dichiarazione di New York del settembre 2016 — solo quando le persone saranno davvero libere di restare. Rendere la migrazione attuale una scelta e non una necessità è una sfida immensa. Per motivare e orientare uno sforzo globale coordinato così grande servirà senz’altro una bussola affidabile, un senso di direzione comune. È questo che intende la Santa Sede con «assicurare il diritto di tutti a restare nel proprio paese di origine in dignità, pace e sicurezza». Elaborare e promuovere il diritto di restare è profondamente radicato nella fede della Chiesa e nella sua dottrina sociale. Invece di porre l’accento sul controllo dei flussi migratori, un modo più profondo e concreto per affrontare le cause fondamentali consiste nel promuovere il diritto di restare. È dunque questa la nostra convinzione: al fine di prevenire la migrazione forzata, involontaria e disordinata — vale a dire una migrazione ingestibile o ingovernabile — c’è la necessità di riaffermare il diritto di rimanere nella propria patria e di vivere in dignità, pace e sicurezza.

Quali strumenti utilizzare per stroncare il traffico di esseri umani?

Il 3 aprile 2017 ho avuto l’onore di parlare a una conferenza dell’Osce e il mio intervento è iniziato con un’affermazione di Papa Francesco che è molto importante per contrastare la tratta di esseri umani: «La maggior parte dei credenti di qualsiasi fede e delle persone di tutte le convinzioni rimane scioccata, addirittura scandalizzata, quando scopre che il traffico di esseri umani avviene in ogni paese e che rappresenta uno dei business più proficui del pianeta». Quindi, il primo passo, per quanto a molti possa apparire spiacevole, è ammettere il problema. Come fa Papa Francesco, che non ha paura di chiamare per nome il mostro attuale della tratta di esseri umani: decine di milioni di persone vittime del lavoro forzato, dello sfruttamento sessuale, perfino di assassinio per raccogliere organi umani, coinvolgendo donne, bambini e uomini che svolgono lavoro più o meno schiavo.

E l’altra possibilità?

Il secondo passo, forse ancor più spiacevole, è di applicare una delle leggi più fondamentali dell’economia di mercato contemporanea a questo rivoltante fenomeno, ovvero la regola della domanda e dell’offerta. Perché c’è una crescente offerta di donne, bambini e uomini per queste cose ripugnanti? Una serie di ragioni la si può trovare nei conflitti e nelle guerre, nella privazione economica e nelle catastrofi naturali; vista l’esperienza di estrema povertà, sottosviluppo, esclusione, disoccupazione e mancanza d’accesso all’educazione delle vittime. Sono questi i fattori che favoriscono l’offerta. Ma purtroppo le ragioni più importanti stanno nella forza della domanda, nelle scelte banali e in apparenza innocue che milioni di noi fanno come consumatori.

A cosa si riferisce?

Noi “esigiamo” metalli rari che i bambini estraggono dalle miniere per i nostri telefoni cellulari, prostitute per i nostri insaziabili appetiti, domestici a basso costo perché non vogliamo pagare il salario minimo o offrire le condizioni di lavoro di base, pesce a basso costo pescato da pescatori schiavi, frutta e verdura a poco prezzo raccolta da braccianti che vivono in miseria, e così via. Pur riconoscendo gli sforzi lodevoli compiuti da alcuni paesi per arrestare, perseguire, processare e punire i responsabili dei reati della tratta di esseri umani, purtroppo dobbiamo osservare che sono ancora troppo rari i casi in cui sono finiti in carcere i “consumatori”. Anche se forse non sono loro a orchestrare queste cose, i consumatori sono però decisamente i veri autori responsabili di questi odiosi crimini.

Dal dicembre 2016 lei è sottosegretario del dicastero. Come valuta questo primo anno di esperienza?

Prima della nomina, avevo già avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con Papa Francesco. Dunque immaginavo e sapevo quanto sarebbe stato bello servire da vicino una persona che lavora sodo e con tanta serietà, così calorosa, umana e santa. In più ho scoperto come mio collega sottosegretario un uomo scelto dal Pontefice che non avevo mai incontrato prima: padre Fabio Baggio, degli scalabriniani. Vorrei ricordare che alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, anch’io, insieme ai miei genitori e a mio fratello più piccolo, sono stato un rifugiato, senza patria e sfollato, in fuga dalla mancanza di speranza post-bellica e verso la libertà, così come la vedevano i miei genitori. Tuttavia, per buona parte della mia vita adulta e sacerdotale, la questione dei migranti e dei rifugiati non ha fatto parte della mia agenda. Ho lavorato su altri aspetti dell’apostolato sociale o del ministero della giustizia nella Chiesa. Pur mancando delle basi e dell’esperienza nel campo della mobilità umana, mi sono fidato dell’intuito del Santo Padre: se lui riteneva che io potevo essere utile, allora sapeva che il Signore mi chiamava ad assumere quella missione. E quindi mi sento grato, sollecitato e fiducioso nel servire il dicastero.

di Nicola Gori

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23 aprile 2018

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