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Nessuna invasione
e i muri non servono

· ​Intervista con l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati ·

«Che si tratti di rifugiati o di migranti per ragioni economiche credere di respingerli con muri o barriere è un po’ ingenuo oltre che inefficace. Accogliere chi fugge da guerre e violenze è un principio fondamentale di civiltà nato in Europa». A sostenerlo è Filippo Grandi, cinquantottenne milanese, che da gennaio è il nuovo Alto commissario dell’Onu per i rifugiati, in un’intervista rilasciata all’Osservatore Romano. L’Unhcr è l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 1951 supervisiona le crisi umanitarie e gestisce la protezione internazionale e l’assistenza ai profughi.

Migranti soccorsi nel mar Mediterrnaeo (Reuters)

In Europa vengono costruiti continuamente nuovi muri, servono?

No, assolutamente. Sono misure a breve termine e anche molto deboli. La chiave di volta resta l’imperativo di risolvere guerre e povertà, generatrici di esodi. Respingere persone con muri o barriere è inefficace. Si dimentica troppo spesso che la Convenzione sui rifugiati è nata proprio per gestire un problema europeo all’inizio della guerra fredda e con l’arrivo di tante persone dal blocco sovietico in occidente.

Esiste una invasione di profughi?

Non bisogna sottovalutare il dato che l’anno scorso in Europa sono arrivate più di un milione di persone tra cui molti, la maggioranza, rifugiati. I movimenti di popolazioni, oggi, sono inevitabili. Noi europei, abbiamo una spiccata tendenza alla personalizzazione di una crisi che ha numeri enormi. Eppure paesi ben più poveri, vicini alle peggiori aeree di crisi, si fanno carico di metà dei rifugiati e richiedenti asilo di tutto il mondo. L’emergenza è altrove e colpisce soprattutto l’Africa il Medio oriente e l’America latina. Per questo consiglio di vedere le cose in prospettiva.

Come affrontare una situazione che non è più emergenziale ma un fenomeno che ormai si manifesta da anni e che proseguirà a lungo? Bisogna accoglierli tutti?

Partiamo dal fatto che i rifugiati non sono mendicanti, rivali per il lavoro, o terroristi, ma sono persone come noi, le cui vite sono state sconvolte dalla guerra. La solidarietà, oggi spesso criticata e vista con sospetto, è in realtà il punto di partenza per qualsiasi soluzione delle crisi che ci minacciano.

L’accordo Ue con la Turchia per arginare la partenza dei flussi non rischia di fare rimanere l’Italia intrappolata?

Il rischio di diventare un «ricevitore» di migranti, senza grandi sbocchi esterni c’è. Il disordine dell’attuale gestione giustifica questo allarme. La mancanza di coordinamento e solidarietà dà forza a chi vuole alzare le barriere.

Il tema dell’accoglienza è sempre legato alla solidità delle leadership nazionali. Come dovrebbe agire la politica?

Una gestione ordinata dei profughi è la migliore ricetta per rassicurare l’opinione pubblica. La dimostrazione palese sono stati i flussi incontrollati per buona parte del 2015, che hanno finito con l’avere un forte impatto soprattutto sui paesi di primo transito come la Grecia e l’Italia e su quelli che hanno ricevuto la massa principale di arrivi, come la Germania, Austria e la Svezia. L’Europa deve europeizzare l’accoglienza e le due parole d’ordine sono solidarietà e organizzazione. La questione fondamentale è che l’Europa non ha saputo organizzarsi e lavorare insieme nella gestione dei flussi, si è lavorato paese per paese in ordine sparso.

Quanto è fondato il rischio che fra i profughi si nascondano dei terroristi?

I protagonisti degli attacchi terroristici in Francia e Belgio non erano immigrati ma cittadini locali discendenti di stranieri di terza generazione. Per questo bisogna fare di più e ragionare a lungo termine. In marzo avevamo proposto ai paesi che hanno più risorse il reinsediamento del 10 per cento di tutti rifugiati siriani che vivono nei Paesi limitrofi alla Siria, i quali ospitano circa cinque milioni di persone in grande difficoltà. Ma la risposta è stata molto modesta.

di Silvina Pérez

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20 luglio 2019

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