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Nessuna
davvero all'altezza

· ​Le trasposizioni cinematografiche di "Quo vadis?" ·

Il Quo vadis? di Henryk Sienkiewicz ha avuto sul grande schermo una mezza dozzina di trasposizioni, nessuna davvero all’altezza dell’opera di partenza, ma, in almeno un paio di casi, importanti dal punto di vista storico. La prima è precocissima, addirittura del 1901, ed è diretta dai francesi Lucien Noguet e Ferdinand Zecca. La seconda, del tutto dimenticata anche perché realizzata con un titolo diverso, Au temps des premieres Chrétiens, è firmata, di nuovo in Francia, da André Calmettes nel 1910.

La più importante versione muta è però quella diretta in Italia da Enrico Guazzoni nel 1913. Primo lungometraggio di due ore, ha un incredibile successo in tutto il mondo, soprattutto in America, tanto che, assieme al successivo Cabiria (1914), influenzerà in maniera determinante i primi kolossal d’oltreoceano. I limiti di una regia ovviamente ancora molto statica vengono ampiamente compensati da un buon uso della profondità di campo, ma soprattutto da magniloquenti scenografie e un numero già considerevole di comparse nelle scene di massa. E se la prima parte oggi risulta un po’ noiosa, la seconda riserva momenti di bella resa figurativa, in particolare nelle scene all’interno del Colosseo e delle catacombe, ma soprattutto nella sequenza dell’incendio di Roma. Ancora gli italiani tornano sull’argomento nel 1924 per una coproduzione con la Germania diretta da Gabriellino D’Annunzio (figlio del poeta) e Georg Jacoby. Nonostante la presenza del grande Emil Jannings nei panni di Nerone, il film stavolta non ha alcun successo.
Soltanto durante la seconda ondata di kolossal storici, ovvero quella del secondo dopoguerra, Hollywood si sente pronta ad affrontare la sfida di un ulteriore remake. Il progetto, cullato per molti anni, nasce però con alcuni vizi congeniti. Prima di tutto, la Metro Goldwyn Mayer, con le sue produzioni sfavillanti, spesso inamidate, non è lo studio giusto per descrivere la decadenza dell’impero romano. Inoltre il 1951 rappresenta una fase di transizione dal punto di vista dei mezzi espressivi. E così un technicolor scintillante e scenografie opulente potenziate dagli effetti speciali, devono convivere con un formato ancora ristretto, televisivo, laddove intento di queste megaproduzioni sarà proprio distogliere il pubblico dal piccolo schermo. Infine, cast e regia, pure illustri, sono però in parte di ripiego. Per il ruolo di Marco Vinicio, interpretato da Robert Taylor, era stato scelto il più adatto a atletico Gregory Peck. Il suo forfait per motivi di salute aveva condizionato quello di John Huston alla regia, affidata in seguito a Mervyn LeRoy, regista comunque importante che però aveva superato da tempo il suo momento migliore, e che qui si limita ad assecondare senza guizzi particolari i dettami della produzione. Per questi motivi, ma soprattutto per una sceneggiatura che sembra volersi concentrare più sugli aspetti melodrammatici che su quelli storici, il film non ha un grande respiro, nonostante le sue impressionanti dimensioni, e perde nettamente il confronto col successivo Ben Hur (1959) nella descrizione di un mondo imperiale e tirannico sfiancato dai messaggi di pace e uguaglianza della nascente religione cristiana. In ogni caso, lo spettacolo non manca e Peter Ustinov è un Nerone che rimarrà memorabile. Di conseguenza il film è un discreto successo e, assieme al precedente Sansone e Dalila (1949), aprirà la strada ai kolossal successivi, che seguiranno anche la pratica innovativa di trasferire il set nei più economici ma ugualmente professionali studi di Cinecittà.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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