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Nessun popolo è criminale
nessuna religione è terrorista

· ​Il Papa denuncia la disumanizzazione di un sistema che genera indifferenza, ipocrisia e intolleranza ·

Papa Francesco incontra i movimenti popolari in Bolivia (9 luglio 2015)

È stato letto in apertura di lavori dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, il messaggio con cui il Pontefice si è rivolto ai settecento leader religiosi e di comunità giunti in California da dodici paesi. Lotta contro il razzismo, immigrazione, diritto al lavoro e alla casa, giustizia ambientale: questi i temi affrontati nella quattro giorni, incentrata in particolare sull’esclusione sociale provocata dall’economia globale. Nel suo intervento il porporato ha esortato «le persone che hanno sperimentato l’esclusione economica e razziale» a fare comunità «condividendo le loro storie e la loro fame di cambiamento», unendosi a quanti — a motivo delle loro fedi religiose — si sentono chiamati alla solidarietà. Perché, ha spiegato, «in questo modo si forma una comunità più grande» e «l’unità crea una nuova capacità di cambiare il mondo». Organizzato dal dicastero vaticano, dalla Campaign for Human Development della Conferenza episcopale statunitense e dal network pico — la più grande rete nazionale di organizzazioni basate sulla fede — l’incontro di Modesto segue a livello regionale i tre grandi raduni internazionali svoltisi a Roma nell’ottobre 2014 e nel novembre 2016, e in Bolivia nel luglio 2015.

Questo il testo italiano del messaggio pontificio:

Cari fratelli,

Vorrei innanzitutto congratularmi con voi per lo sforzo di riprodurre a livello nazionale il lavoro che state svolgendo negli Incontri Mondiali dei Movimenti Popolari. Desidero, attraverso questa lettera, animare e rafforzare ognuno di voi, le vostre organizzazioni e tutti coloro che lottano per le tre T: «tierra, techo y trabajo», terra, tetto e lavoro. Mi congratulo con voi per tutto quello che fate.

Vorrei ringraziare la Campaign for Human Development, il suo presidente, Monsignor David Talley, e i Vescovi ospitanti Stephen Blaire, Armando Ochoa e Jaime Soto, per il deciso appoggio che hanno offerto a questo incontro. Grazie Cardinale Turkson perché continua ad accompagnare i movimenti popolari dal nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Mi fa tanto piacere vedervi lavorare insieme per la giustizia sociale! Come vorrei che in tutte le diocesi si diffonda questa energia costruttiva, che getta ponti tra i popoli e le persone, ponti capaci di attraversare i muri dell’esclusione, dell’indifferenza, del razzismo e dell’intolleranza.

Vorrei anche sottolineare il lavoro della Rete Nazionale pico e delle organizzazioni promotrici di questo incontro. Ho saputo che pico significa «persone che migliorano le loro comunità attraverso l’organizzazione». Che bella sintesi della missione dei movimenti popolari: lavorare nel vostro ambiente, accanto al prossimo, organizzati tra voi, per portare avanti le vostre comunità.

Pochi mesi fa, a Roma, abbiamo parlato dei muri e della paura; dei ponti e dell’amore. Non voglio ripetermi: questi temi sfidano i nostri valori più profondi.

Sappiamo che nessuno di questi mali è cominciato ieri. Da tempo stiamo affrontando la crisi del paradigma imperante, un sistema che causa enormi sofferenze alla famiglia umana, attaccando al tempo stesso la dignità delle persone e la nostra Casa Comune, per sostenere la tirannia invisibile del Denaro, che garantisce solo i privilegi di pochi. «L’umanità vive una svolta storica» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 52).

A noi cristiani, e a tutte le persone di buona volontà, spetta vivere e agire in questo momento. «Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro» (Ibidem, n. 51). Sono i “segni dei tempi” che dobbiamo riconoscere per agire. Abbiamo perso tempo prezioso senza prestare loro sufficiente attenzione, senza risolvere queste realtà distruttrici. Così i processi di disumanizzazione si accelerano. Dalla partecipazione dei popoli come protagonisti, e in gran misura da voi, movimenti popolari, dipende la direzione che questa svolta storica prenderà e la soluzione di questa crisi che si sta acuendo.

Non dobbiamo restare paralizzati dalla paura ma neanche restare imprigionati nel conflitto. Bisogna riconoscere il pericolo ma anche l’opportunità che ogni crisi presuppone per avanzare verso una sintesi superatrice. Nella lingua cinese, che esprime l’ancestrale saggezza di quel grande popolo, la parola crisi è formata da due ideogrammi: Wēi che rappresenta il pericolo e che rappresenta l’opportunità.

Il pericolo è negare il prossimo e così, senza rendercene conto, negare la sua umanità, la nostra umanità, negare noi stessi, e negare il più importante dei comandamenti di Gesù. Questa è la disumanizzazione. Ma esiste un’opportunità: che la luce dell’amore per il prossimo illumini la Terra con la sua lucentezza abbagliante, come un lampo nell’oscurità, che ci risvegli e che la nuova umanità germogli con quella ostinata e forte resistenza di ciò che è autentico.

Oggi risuona nelle nostre orecchie la domanda che il dottore della legge fa a Gesù nel Vangelo di Luca: «E chi è il mio prossimo?». Chi è colui che si deve amare come se stessi? Forse si aspettava una risposta comoda per poter continuare con la sua vita: «Saranno i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?...». Forse voleva portare Gesù a esentarci dall’obbligo di amare i pagani e gli stranieri considerati impuri a quel tempo. Quest’uomo vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, in quelli che possono diventare prossimi e in quelli che non possono diventare prossimi (Papa Francesco, Udienza generale del mercoledì, 27 aprile 2016).

Gesù risponde con una parabola che mette in scena due figure dell’élite di allora e un terzo personaggio, considerato straniero, pagano e impuro: il samaritano. Nel cammino da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita incontrano un uomo moribondo, che i ladri hanno assalito, derubato, percosso e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi. Avevano fretta. Ma il samaritano, quell’essere disprezzato, quell’avanzo su cui nessuno avrebbe scommesso, e che in ogni caso aveva anche lui i suoi doveri e le sue cose da fare, quando vide l’uomo ferito, non passò oltre, come gli altri due, che erano relazionati con il Tempio, ma «lo vide e n’ebbe compassione» (v. 33). Il samaritano si comporta con autentica misericordia: benda le ferite di quell’uomo, lo porta in una locanda, si prende cura di lui personalmente, provvede alla sua assistenza.

Tutto ciò c’insegna che la compassione, l’amore, non è un sentimento vago, ma significa prendersi cura dell’altro fino a pagare personalmente. Significa impegnarsi compiendo tutti i passi necessari per “avvicinarsi” all’altro fino a identificarsi con lui; «Amerai il prossimo tuo come te stesso». È questo il comandamento del Signore (Ibidem).

Le ferite che provoca il sistema economico che ha al centro il dio denaro, e che a volte agisce con la brutalità dei ladri della parabola, sono state criminalmente ignorate. Nella società globalizzata, esiste uno stile elegante di guardare dall’altro lato, che si pratica ricorrentemente: sotto le spoglie del politicamente corretto o le mode ideologiche, si guarda chi soffre senza toccarlo, lo si trasmette in diretta, addirittura si adotta un discorso in apparenza tollerante e pieno di eufemismi, ma non si fa nulla di sistematico per curare le ferite sociali e neppure per affrontare le strutture che lasciano tanti esseri umani per strada. Questo atteggiamento ipocrita, tanto diverso da quello del samaritano, manifesta l’assenza di una vera conversione e di un vero impegno con l’umanità.

Si tratta di una truffa morale, che, prima o poi, viene alla luce, come un miraggio che si dilegua. I feriti stanno lì, sono una realtà. La disoccupazione è reale, la corruzione è reale, la crisi d’identità è reale, lo svuotamento delle democrazie è reale. La cancrena di un sistema non si può mascherare in eterno, perché prima o poi il fetore si sente e, quando non si può più negare, nasce dal potere stesso che ha generato quello stato di cose la manipolazione della paura, dell’insicurezza, della protesta, persino della giusta indignazione della gente, che trasferisce la responsabilità di tutti i mali a un “non prossimo”. Non sto parlando di alcune persone in particolare, sto parlando di un processo sociale che si sviluppa in molte parti del mondo e che comporta un grave pericolo per l’umanità.

Gesù ci indica un altro cammino. Non classificare gli altri per vedere chi è il prossimo e chi non lo è. Tu puoi diventare prossimo di chi si trova nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, cioè se hai la capacità di soffrire con l’altro. Devi diventare samaritano. E poi devi anche essere come l’albergatore a cui il samaritano affida, alla fine della parabola, la persona che soffre. Chi era questo albergatore? È la Chiesa, la comunità cristiana, le persone solidali, le organizzazioni sociali, siamo noi, siete voi, a cui il Signore Gesù, ogni giorno, affida quanti soffrono, nel corpo e nello spirito, affinché possiamo continuare a effondere su di loro, oltremisura, tutta la sua misericordia e la sua salvezza. In questo consiste l’autentica umanità che resiste alla disumanizzazione che si offre a noi sotto la forma dell’indifferenza, dell’ipocrisia, e dell’intolleranza. So che voi vi siete assunti l’impegno di lottare per la giustizia sociale, di difendere la sorella madre terra e di accompagnare i migranti. Desidero riaffermarvi nella vostra scelta e condividere con voi due riflessioni al riguardo.

La crisi ecologica è reale. «Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico» (Papa Francesco, Laudato si’, n. 23). La scienza non è l’unica forma di conoscenza, è indubbio. E la scienza non è necessariamente “neutrale”, anche questo è indubbio, molte volte occulta posizioni ideologiche o interessi economici. Ma sappiamo anche che cosa succede quando neghiamo la scienza e non ascoltiamo la voce della natura. Mi faccio carico di quello che spetta a noi cattolici. Non dobbiamo cadere nel negazionismo. Il tempo si sta esaurendo. Dobbiamo agire. Chiede nuovamente a voi, ai popoli nativi, ai pastori, ai governanti, di difendere il Creato.

L’altra è una riflessione che ho già fatto nel nostro ultimo incontro ma che mi sembra importante ripetere: nessun popolo è criminale e nessuna religione è terrorista. Non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebreo e non esiste il terrorismo islamico. Non esiste. Nessun popolo è criminale o narcotrafficante o violento. «Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 52). Ci sono persone fondamentaliste e violente in tutti i popoli e religioni che, tra l’altro, si rafforzano con le generalizzazioni intolleranti, si alimentano dell’odio e della xenofobia. Affrontando il terrore con amore lavoriamo per la pace.

Vi chiedo fermezza e mitezza nel difendere questi principi: vi chiedo di non scambiarli con merce a buon mercato e, come san Francesco d’Assisi, di dare tutto ciò che abbiamo affinché: «Dove è odio, fa ch’io porti amore, dove è offesa, ch’io porti il perdono, dove è discordia, ch’io porti la fede, dove è l’errore, ch’io porti la Verità» (Preghiera di san Francesco d’Assisi, frammento).

Sappiate che prego per voi, che prego con voi e chiedo a nostro Padre Dio che vi accompagni e vi benedica, che vi colmi del suo amore e vi protegga. Vi chiedo per favore di pregare per me e di andare avanti.

Città del Vaticano, 10 febbraio 2017

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