Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Nessun documento
riesce a sconfiggere il pregiudizio

· L’immagine dell’Inquisizione trasmessa dai media negli ultimi vent’anni ·

Nel 1998, l’apertura degli archivi centrali del Sant’Uffizio ha attirato grande attenzione da parte dei media, oltre che degli studiosi. Il contesto generale era infatti favorevole a farne un evento di grande attrazione mediatica: si era nell’imminenza dell’avvento del terzo millennio, nella preparazione del quale Giovanni Paolo II aveva emanato nel 1994 la lettera apostolica Tertio Millennio adveniente che conteneva molte richieste di perdono da parte della Chiesa. L’apertura stessa degli archivi era esplicitamente collegata, nei documenti della Santa Sede, alla revisione messa in atto dalla Chiesa di Giovanni Paolo II in occasione del millennio.

Nulla di strano che opinione pubblica e media si aspettassero dall’apertura degli archivi una svolta critica della Santa Sede anche rispetto all’istituzione inquisitoriale. La Chiesa avrebbe insomma, aprendo archivi rimasti fino a quel momento coperti dal segreto, fatto mea culpa anche dei tribunali dell’Inquisizione, rinnegato l’istituzione che sembrava aver rappresentato il braccio armato della Chiesa nei confronti dell’eresia, del libero pensiero, della libertà di coscienza. Agli occhi dei media e al cosiddetto senso comune storiografico, l’Inquisizione era il nemico per antonomasia del pensiero moderno.
Ci si aspettava quindi che l’ingresso a piene vele della Chiesa nella modernità, che le bolle di perdono sanzionavano definitivamente, rinnegasse senza mezzi termini quella istituzione e le sue procedure, svelandone, con l’apertura degli archivi, il carattere abominevole e sanguinario. La stessa Tertio Millennio adveniente, del resto, accennava a questa revisione: «Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità».
Un approccio, questo, collegato alle problematiche perdoniste del millennio, scarsamente condiviso dagli studiosi. Innanzi tutto perché sapevano che dall’apertura degli archivi sarebbe sì derivato un vasto rinnovamento degli studi, ma su temi quali i meccanismi inquisitoriali, le figure degli inquisitori e dei funzionari dell’istituzione, i rapporti tra centro e tribunali periferici, che — pur fondamentali per lo studio dell’istituzione inquisitoriale — difficilmente potevano contribuire al sensazionalismo vagheggiato dai media e dal senso comune storiografico. E infatti, se è vero che molti miti sono stati sfatati dall’accesso alla documentazione — ne ha trattato Andrea Del Col nella sua relazione introduttiva — si trattava di miti che erano diffusi fra gli addetti ai lavori e non nel vasto pubblico, come il mito dell’assoluta accuratezza dei verbali, l’insistenza sulla centralizzazione, i rapporti dell’Inquisizione romana con quella spagnola, gli elementi di continuità con l’Inquisizione medievale. Tutti immaginari dotti che avevano trovato scarsa risonanza nei media e nell’opinione pubblica.
E ancora, perché nel corso dei due decenni precedenti si era già avuta una vasta rivisitazione storiografica in questo campo, che era però andata, più che nella direzione di una richiesta di perdono, nel senso di una revisione della cosiddetta immagine nera dell’Inquisizione, attraverso studi che, soprattutto nei riguardi dell’Inquisizione romana, avevano piuttosto messo in discussione il numero delle sue vittime e il suo ruolo nella persecuzione.
Ma tutto questo non era passato a far parte del saper comune e nemmeno dell’attività di divulgazione dei media, volta più al sensazionalismo che all’accuratezza dei dati. Si era così ulteriormente accentuato il divario fra gli studi scientifici e il saper comune, e assai poco delle acquisizioni più recenti della storiografia era passato a far parte dell’immagine diffusa del terribile tribunale d’Inquisizione. Basta navigare in rete, leggere i titoli degli ultimi libri apparsi, per rendersene conto. Il fenomeno appare ancora più macroscopico se si analizza la vulgata di alcuni temi particolarmente caldi sull’Inquisizione, quali la caccia alle streghe, il processo a Giordano Bruno, l’abiura di Galilei.
Possiamo dire senza timore di smentite che la leggenda nera non soltanto non ha tratto dall’apertura degli archivi smentite sul terreno dei media, ma si è andata ancora rafforzando. Anzi, guardando alla gran mole di produzione mediatica che l’era del web ha moltiplicato, l’impressione è che la divaricazione tra il sapere razionale — frutto di riflessioni, di approcci storici, di analisi documentaria — e quello mitologico sia ormai invalicabile.
Non solo, ma della stessa produzione mitologica sembra partecipare ormai anche la leggenda rosa, che si limita il più delle volte a riproporre tesi apologetiche senza preoccuparsi di trarre dai dati e dalle interpretazioni, che pur non mancano, materia per la sua proposta. Non sto naturalmente parlando della produzione opera degli storici, e nemmeno di quella piccola parte della produzione mediatica affidata agli specialisti. Ma per il resto, lungi dall’indebolirsi con la crescita dell’accesso alla documentazione, l’immagine dell’Inquisizione come regno della tortura e del male vive ormai di vita propria, finendo per assomigliare a quelle fake news di cui oggi molto si parla. Si scrive e si afferma che l’Inquisizione ha fatto milioni di morti per stregoneria con la stessa sicumera con cui si afferma che i vaccini sono la causa dell’autismo.

Ma avevamo davvero sperato che l’accesso agli archivi, il crescere dei materiali a disposizione degli studiosi, il loro sapere specialistico, le loro distinzioni, potessero incrinare il regno del mito, del non sapere, del pregiudizio? Ma perché avrebbe dovuto essere così? Gli ultimi vent’anni, che sono quelli passati dall’apertura degli archivi, sono anche quelli che hanno visto il crescere nella società tutta della fabbrica mitologica, l’affermarsi di strumenti molto più utili alla sua affermazione della carta e delle stesse immagini, l’abbattimento delle barriere fra il vero e il falso, fra il sapere e il non sapere, fra la realtà e la finzione. Passioni e pregiudizi prevalgono su sapere e conoscenza. Gridano più alto. Nessun archivio — dovremmo saperlo, dovremmo averlo imparato dagli eventi dei secoli passati — può avere la meglio su di essi, nessun documento può confutare un pregiudizio consolidato, mettere in crisi uno stereotipo.

di Anna Foa

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

28 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE