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Nello Yemen
pace sempre più lontana

· Gli huthi chiedono il sostegno russo ·

Sembra essere sempre più lontana, ormai, la fine del conflitto nello Yemen. Dopo il fallimento delle trattative mediate dalle Nazioni Unite in Kuwait, i combattimenti sono ripresi con intensità. Questa mattina il nuovo consiglio direttivo degli huthi ha lanciato un messaggio a Mosca, rendendo nota la volontà di lavorare con la Russia per «combattere contro il terrorismo». I ribelli sarebbero quindi disposti «a mettere a disposizione dell’esercito russo le proprie postazioni e basi».

Un ragazzo yemenita ferito  durante un bombardamento (Afp)

Al momento, nessuna reazione ufficiale dal Cremlino. E proprio ieri, nella capitale Sana’a centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in sostegno dell’amministrazione degli huthi e dell’ex presidente Saleh.

Nelle ultime ore si segnalano nuovi scontri nella regione dalla capitale Sana’a tra i ribelli huthi, sostenuti dalle forze dell’ex presidente Saleh, e le truppe yemenite leali al presidente eletto Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale e che gode del sostegno della coalizione a guida saudita. Pochi giorni fa Washington ha annunciato la decisione di ridurre il numero di consiglieri militari in sostegno di Riad. In un recente incontro con la stampa, il portavoce del Pentagono, Ian McConnaughey, ha spiegato questa scelta indicando la «bassa domanda di assistenza» delle forze saudite. Oltre 200 civili sono stati uccisi nel conflitto in Yemen negli ultimi quattro mesi, cinquanta soltanto la scorsa settimana: i feriti sono più di 500. L’ufficio dell’alto commissario dell’Onu per i diritti umani ha inoltre comunicato che «il numero delle vittime è in costante aumento». La violenza, ha osservato in un comunicato la portavoce dell’alto commissario dell’Onu, Ravina Shamdasani, sta crescendo in tutto il Paese. Gli ultimi episodi riguardano otto bambini uccisi in un attacco con razzi il 5 luglio nella città orientale di Marib, mentre il 7 agosto 16 civili sono stati uccisi in raid aerei nella capitale Sana’a. 

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19 gennaio 2018

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