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Nell'isola di Yakushima travestito da samurai

· La storia segreta del missionario Giovanni Battista Sidotti ·

È il 12 ottobre 1708. Uno straniero travestito da samurai sbarca furtivamente nell’isola di Yakushima, in Giappone. In quel tempo infuriava una violenta persecuzione contro tutti coloro che provenivano da altri paesi: una persecuzione che si accaniva in particolare sui missionari cristiani. Il nome di quello straniero è Giovanni Battista Sidotti, ed è un missionario. Viene subito fermato dalle autorità locali e imprigionato. Di lì a qualche giorno, dopo un processo sommario, sarebbe stato condannato a morte. Ma accade qualcosa di inatteso. Hakuseki Arai, studioso confuciano e consigliere dello shogun, del generalissimo, decide di interrogarlo di persona. Tra i due nasce e si sviluppa un dialogo sulla fede e sulle grandi questioni morali e spirituali che da sempre interrogano l’uomo. I diversi segmenti di questo confronto, serrato e avvincente, sono ripercorsi da Tomoko Furui, direttrice dell’organizzazione senza scopo di lucro Yakushima Eco Festa, nel libro L’ultimo missionario. La storia segreta di Giovanni Battista Sidotti in Giappone (Milano, Edizioni Terra Santa, 2017, pagine 288, euro 18). 

llustrazione del XVIII secolo raffigurante Hakuseki Arai

Sidotti era nato in Sicilia nel 1668. Anche lì, nonostante a quel tempo la circolazione delle notizie fosse molto limitata, era giunta voce del martirio dei missionari cristiani in Giappone che all’epoca aveva adottato la politica del sakoku: aveva cioè chiuso le frontiere a qualsivoglia influenza occidentale. Pur consapevole di una missione ad altissimo rischio, Sidotti decise di raggiungere quella terra. Dopo aver ottenuto il permesso da Clemente XI, giunse a Manila, dove però non trovò alcuna nave disposta ad accompagnarlo nell’isola. E allora decise di travestirsi da samurai per raggiungere Yakushima. Un gesto quanto mai ardito che Hakuseki, durante il dialogo, dice di ammirare, perché testimonianza di un coraggio non comune. Lo studioso confuciano non è impressionato solo dallo spirito indomito del missionario, ma anche dalla sua cultura e abilità dialettica. E il missionario, parimenti, è colpito dalla larghezza di vedute del suo interlocutore, che immaginava invece ostinatamente arroccato sulle sue idee. E così quel dialogo finisce per configurarsi come un ponte di raccordo tra occidente e oriente.
È la prima volta, dopo oltre un secolo di sakoku, che in Giappone ha luogo un confronto aperto e senza reticenze tra due liberi pensatori appartenenti a due culture lontane e diverse. E tale dialettica, così sorprendente perché si dipana in un contesto quanto mai chiuso e diffidente, porta i suoi frutti. Sidotti, per esempio, riesce a far capire ad Hakuseki che, contrariamente a quanto i giapponesi credevano all’epoca, i missionari che provenivano dall’occidente non rappresentavano l’avanguardia degli eserciti dei rispettivi paesi. Allora il consigliere dello shogun, con il proposito di abbandonare l’inveterata pratica della tortura al fine di far rinnegare agli stranieri la fede, osa suggerire ai propri superiori di seguire un metodo diverso: tentare prima di isolarli, poi, se ciò non avesse avuto effetto, di imprigionarli. La condanna a morte sarebbe stata vista solo come una soluzione estrema. Per quei tempi bui, tale alternativa rappresentava un progresso di grande portata. Infatti la raccomandazione di Hakuseki non aveva precedenti nella storia del paese.
Questo nuovo metodo nell’instaurare il rapporto con gli stranieri viene applicato proprio con Sidotti. Il governo nipponico, infatti, non gli inflisse la pena capitale ma decise di imprigionarlo. Venne portato nella Kirishitan Yashiki (“Casa dei cristiani”), un edificio costruito nel 1646 per ospitare i missionari cristiani arrestati. A Sidotti fu risparmiata anche la tortura. Gli fu quindi concesso un trattamento speciale, simile agli arresti domiciliari, noto come go-non fuchi (“cinque razioni di cibo)”. I suoi guardiani erano un’anziana coppia: due cristiani che avevano rinnegato la fede. Sidotti tentò di riconvertirli, ma venne sorpreso mentre predicava loro. Fu allora trasferito in una cella sotterranea della residenza, dove morì nel 1714. Aveva 46 anni. Come ricorda l’autrice del libro, nel luglio del 2014 i suoi resti sono stati ritrovati là dove era stata la sua prigione, e riconosciuti grazie all’esame del dna.

Quando apprese della morte di Sidotti, Hakuseki, che si era nel frattempo dimesso dallo shogunato destando scalpore e imbarazzo tra le massime autorità nipponiche, si trasferì in una località remota. E nelle lunghe giornate di «un vecchio di campagna», come amava definirsi, lo studioso confuciano ripensò spesso a quell’illuminante dialogo avuto con il missionario italiano. E sugli argomenti trattati scrisse due libri: Notizie sull’Occidente e Geografia mondiale. Li rielaborò con costanza e passione fino alla morte, avvenuta nel 1725.

di Gabriele Nicolò

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25 agosto 2019

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