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Nell’inferno di Unzen Onsen

· Martiri cristiani nel Giappone del Seicento ·

Unzen Onsen è un piccolo villaggio che nasce intorno alle sue famose terme, le più calde di tutto il Giappone, con temperature che arrivano a centoventi gradi. Dalla terra si alzano grossi fumi che circondano gli hotel le cui fondamenta affondano proprio nelle bollenti acque vulcaniche. Il gargarismo sonoro del continuo ribollire evoca fantasmi di paesaggi ultraterreni: non a caso il luogo è conosciuto come l’inferno di Unzen. Divenne un resort popolare nel 701 quando la setta buddista Shingon vi costruì un tempio. Ancora oggi il luogo è disseminato di piccole statue, scolpite nella pietra, che in Giappone si incontrano spesso al confine tra luoghi fisici e spirituali.

Nonostante le altissime temperature c’è però un lato agghiacciante che le terme nascondono e che le insegne preposte all’informazione storica del luogo accennano solo in due laconiche righe.

È intorno all’anno 1620 che venne in mente al governo locale di utilizzare le bollenti acque termali di Unzen per forzare i cristiani alla rinuncia della loro fede. Tra il 1627 e il 1633 trentatré cristiani vennero uccisi e oltre sessanta torturati. Non è difficile immaginare le strazianti sofferenze di quei ferventi devoti che fino all’ultimo non rinunciarono alla loro fede. Il percorso di visita alle terme permette infatti di passeggiare proprio sopra l’intera area dove hanno avuto luogo le torture: se il vento soffia nella direzione sbagliata, ci si ritrova immersi in un bagno di acqua sulfurea che per pochi istanti annebbia la vista e stordisce l’olfatto.

Compiendo il lungo percorso a piedi, solo con molta difficoltà si riesce a rintracciare il monumento costruito nel 2008 in memoria delle vittime delle persecuzioni. È così ben nascosto che bisogna avere fortuna o una certa caparbietà di ricerca per rilevarne la presenza: qualche anno fa un professore inglese autore di diversi libri sul Giappone non riuscì a trovarlo. Si trova oltre una folta vegetazione e mancano completamente le indicazioni.

Conficcata nel terreno c’è una croce in marmo di un metro e mezzo di altezza e una targa. Tutto rigorosamente in giapponese. Di fronte una piccola panchina in legno. La presenza della panchina è rassicurante e suscita un impatto emozionale ancora più forte di quella del monumento stesso. Dice che a dispetto della collocazione poco fortunata, forse qualcuno ancora riesce a fermarsi qui e spendere una preghiera per quei tanti martiri dimenticati.

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16 novembre 2019

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