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Nell’inferno di Ravensbrück

· In memoria di Judith Buber Agassi ·

È morta il 15 luglio in Israele, dove viveva, Judith Buber Agassi. Aveva 94 anni ed era una storica. La sua era una famiglia illustre: suo nonno era il filosofo ebreo Martin Buber e sua madre Margarete Buber-Neumann, una delle personalità più significative del Novecento. Agassi era il cognome di suo marito, il filosofo Joseph Agassi. Nel 2007 Judith Buber Agassi ha pubblicato uno studio molto importante sul campo di prigionia femminile di Ravensbrück, The Jewish Women Prisoners of Ravensbrück, uscito in ebraico e in inglese. 

Prigioniere del campo di concentramento femminile di Ravensbrück

La sua storia è drammatica, anche se Judith in quel campo non è mai passata personalmente. Con suo padre, Rafael Buber, e sua sorella Barbara era infatti emigrata in Palestina bambina, nel 1938, dalla Germania dove era nata e dove era vissuta.
Sua madre Margarete — che non era ebrea e che da Buber aveva divorziato già nel 1929, perdendo la patria potestà sulle due figlie, affidate ai nonni paterni — si trovava, mentre loro si mettevano in salvo in Palestina, in un campo di prigionia di Stalin. Sia lei che Rafael Buber erano militanti comunisti, ed era stato proprio l’allontanamento di lui dai loro comuni ideali politici a causare il divorzio. Margarete aveva in quello stesso 1929 conosciuto uno dei capi del partito comunista tedesco, Heinz Neumann, lo aveva sposato e aveva lavorato con lui fino al 1933, quando entrambi erano stati costretti dalla situazione politica tedesca a fuggire a Mosca. Qui Neumann, in odore di opposizione, era incappato nel 1937 nella repressione stalinista. Arrestato, era stato giustiziato (di lui non si era saputo più nulla), mentre Margarete era stata inviata nel gulag in Siberia. Questa la situazione quando i Buber raggiungevano la Palestina.
Dal 1934 Judith non aveva più visto sua madre. Questa, d’altronde, era ben consapevole — lo scrive più volte — di avere fatto una scelta, quella della sua militanza politica, e di aver sacrificato a questa scelta la sua vita familiare. Non era l’unica in quegli anni e soprattutto la militanza comunista richiedeva spesso il sacrificio dei legami familiari e degli affetti più cari.
Nel 1940, con il patto di non aggressione fra Hitler e Stalin, Margarete fu consegnata dai russi ai tedeschi che la internarono nel campo femminile di Ravensbrück, dove restò per cinque anni, fino alla liberazione nell’aprile 1945. Lo stesso campo di cui, tanti anni dopo, scriverà la storia.
È la storia delle prigioniere ebree del campo di Ravensbrück, non delle politiche come Margarete o come la Milena di Kafka, Milena Jesenská, che in quel campo morì e di Margarete fu amica carissima. Sono 16.000 donne sulle 130.000 che vi passarono fra il 1939 e il 1943, in maggioranza politiche. Un’infinità di nomi e di vite, di cui in un lavoro a metà fra la storia e la sociologia la studiosa ripercorre le tracce ricostruendole con un accurato scavo nei dati d’archivio oltre che dalle testimonianze scritte e orali.
Durante il lungo distacco negli anni della guerra, Judith e sua sorella non sapevano nemmeno se la loro madre fosse sopravvissuta e tantomeno dove fosse, una sorte che condividevano con tutti i parenti dei deportati. In un suo scritto non pubblicato che circola online, A True Story, la studiosa racconta di avere a lungo, assieme a sua sorella Barbara, cercato il «soldato americano che sembrava ebreo» che Margarete aveva incontrato pochi giorni dopo essere stata liberata dal campo. A lui aveva affidato l’incarico di fare arrivare alle sue figlie in Palestina la notizia che era ancora in vita.
Per caso, 49 anni dopo, Judith aveva saputo il suo nome, Manfred Stenfeld, ed era riuscita a incontrarlo in Canada. In quell’incontro aveva anche saputo che sua madre proprio a quel soldato aveva denunciato una guardia del campo, un SS particolarmente violento, che cercava di sfuggire all’arresto, ottenendo che fosse arrestato e poi processato.
Nel 1994 Margarete era già morta, nel 1989, pochi giorni prima della caduta del Muro di Berlino e di quel mondo comunista che tanto importante era stato per lei, nel bene e nel male. E Judith si accingeva a immergersi, con tutti gli strumenti del suo mestiere di storica, nell’inferno di Ravensbrück.

di Anna Foa

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