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Nell’indifferenza
cresce la pedofilia on line

· ​Nel rapporto Meter sotto accusa nazioni e giganti del web ·

Suscitano orrore i dati che emergono dalle pagine del rapporto 2017 sulla pedofilia on line, presentato stamane dall’associazione Meter, fondata e presieduta dal sacerdote Fortunato Di Noto, parroco ad Avola, nella diocesi di Noto, in Sicilia, dove da venticinque anni opera in difesa dell’infanzia violata in rete, nell’indifferenza dell’opinione pubblica mondiale verso un crimine tanto odioso.

Ben 37 le nazioni coinvolte nel monitoraggio, condotto lo scorso anno dall’Osservatorio mondiale contro la pedofilia e la pedopornografia (Osmocop), consultabile sul sito www.associazionemeter.org, in versione italiana e inglese.

Sono quasi il doppio, rispetto al 2016, i link con contenuti pedopornografici, segnalati alla polizia postale, da 9379 a 17.299, così anche sono aumentate le foto da 1.946.898 a 2.196.470 e i video sono addirittura quintuplicati, da 203.047 a 985.006, mentre le chat sono più che raddoppiate da 124 a 285.

Riguardo le piccole vittime, secondo gli esperti di Meter, la fascia di età più coinvolta è quella tra gli otto e i dodici anni (12.120 link, 1.494.252 foto e 836.868 video), seguita da quella tra i tre e i sette anni (4666 link, 685.610 foto e 140.532 video) e infine quella tra zero e due anni (503 link, 4292 foto e 4412 video).

Dietro questi numeri si nasconde il dramma di decine di milioni di bambini, perfino neonati, che porteranno per sempre impressi i segni delle violenze subite, che in massima parte restano anonime e impunite. In tutto il mondo si stima siano 140 milioni le bambine e le ragazze e 75 milioni i bambini e i ragazzi vittime di abusi sessuali. Ma a fronte di ciò solo 79 paesi vantano una legislazione in materia, di cui però 60, massima parte, non hanno una definizione specifica di “pornografia infantile” e 26 non si occupano di reati informatici.

Il rapporto di Meter traccia la mappa dei paesi, nei cinque continenti, con il maggior numero di segnalazioni: in cima alla lista è una piccola isola del Pacifico, Tonga, (10.096 siti), seguita dalla Russia (1150 siti) e da un altro minuscolo stato insulare, sotto il governo francese, al largo delle coste del Canada: Saint Pierre e Miquelon (1091 siti). Segno evidente che, oltre ai paradisi fiscali, esistono anche porti franchi on line dove l’abuso sui minori non viene punito.

«I pedofili, perversi, lucidi e determinati — si legge nel rapporto — trovano oggi mezzi sempre più sofisticati di distribuzione del proprio materiale». È boom infatti del file sharing, soprattutto tramite l’uso di Dropfile e Cloud, che permettono la condivisione a tempo. Ci sono poi le free zone nel cosiddetto deep web, la parte sommersa della rete, stimata 550 volte più grande di quella visibile, dove si può navigare in totale anonimato. Un porto franco per ogni attività criminale, compreso lo scambio di materiali pedopornografici.

Questo rende estremamente difficile l’intervento delle polizie in tutto il mondo, per contrastare «questo turpe mercato di violenza inaudita», denuncia don Fortunato di Noto, interpellato dal nostro giornale. «Chi compie questi atti così disumani deve essere individuato, fermato, processato, condannato e “pagare” con una giusta condanna il reato e il peccato. Sembra cosa ovvia ma non è così. Per questo abbiamo inviato mille copie del rapporto a capi di Stato, ministri, polizie, autorità competenti e giornalisti in tutto il mondo, perché non possano dire di non sapere di questa immane tragedia, che riguarda tutti».

Punta il dito il sacerdote siciliano — membro dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia infantile presso la presidenza del Consiglio dei ministri — contro le coperture politiche e culturali di questo fenomeno aberrante, che si è trasformato in un business in crescita anche per la criminalità organizzata.

Sotto accusa non solo i parlamenti e governi dei paesi che non legiferano e perseguono con efficacia questo crimine ai danni dei cittadini piu piccoli e indifesi, ma anche «i giganti del web — sostiene il fondatore di Meter — che non investono e ricercano abbastanza e spesso non collaborano realmente con chi è impegnato in prima linea contro le lobby pedofile, che oggi più di ieri sono presenti on line con i loro portali, proclami, gruppi, comunità. E non è solo un dire, è di più». La nostra «è una battaglia per l’intera umanità: troppi soldi prodotti sui corpi nudi digitalizzati dei bambini» sostiene Di Noto.

di Roberta Gisotti

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07 dicembre 2019

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