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Nell’epoca
della machina sapiens

· Le nuove frontiere del lavoro ai tempi dell’intelligenza artificiale ·

Una rapida incursione in un dizionario etimologico della lingua italiana fa scoprire che il termine lavoro deriva dall’etimo latino labor il cui significato è fatica. Questa espressione indica, nel senso comune e ampio del termine, l’applicazione di una energia, sia essa umana, animale o meccanica, al conseguimento di un fine determinato: in questi termini si può quindi parlare di lavoro dell’uomo, di una macchina, di un computer e così via.

Tuttavia con il termine lavoro si indica anche un aspetto fondamentale del nostro vivere sociale: tutta l’attività produttiva, compresa da un punto di vista economico, giuridico, sindacale intesa anche come fonte di reddito individuale o comunitario. La nostra costituzione dà al lavoro una funzione fondativa della società: «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Tuttavia per poter comprendere cosa il lavoro significhi bisogna allargare ulteriormente la prospettiva.

Questa consapevolezza appartiene anche alla dottrina sociale della Chiesa: «Il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 256).

Il lavoro è quindi una dimensione tipica dell’essere umano, connessa alla sua propria specificità e strettamente interconnessa e interdipendente dalla cultura e dalle relazioni sociali dell’uomo.

Oggi però una nuova rivoluzione sembra poter trasformare di nuovo tutto il quadro di riferimento. Se la nascita dell’agricoltura e degli allevamenti ha dato forma alle comunità umane e ai loro utensili spingendo la fatica, il labor, in determinate forme sociali strutturate con utensili specifici, se la rivoluzione industriale ha trasformato gli utensili in macchine, elementi che usavano prevalentemente energia non umana per realizzare compiti anche complessi ma avevano bisogno delle abilità cognitive umane, oggi le macchine, per così dire, divengono macchine “sapiens”.

L’avvento di robot e delle intelligenze artificiali ha il potere di essere rivoluzionario e secondo qualcuno di poter mettere in crisi il concetto stesso di lavoro e di necessaria presenza dell’uomo nel processo produttivo o nelle professioni. L’avvento della ricerca digitale, dove tutto viene trasformato in dati numerici porta alla capacità di studiare il mondo secondo nuovi paradigmi gnoseologici. Quello che conta è la correlazione tra due quantità di dati, lasciando in secondo piano la ricerca di una teoria coerente che spieghi tale correlazione. Grazie a questo approccio la correlazione viene usata per predire con sufficiente accuratezza, pur non avendo alcuna teoria scientifica che lo supporti, il rischio di impatto di asteroidi anche sconosciuti in vari luoghi della Terra, i siti istituzionali oggetto di attacchi terroristici, il voto dei singoli cittadini alle elezioni presidenziali statunitensi, l’andamento del mercato azionario nel breve termine.

Quello che appare come esito di questa nuova rivoluzione è il dominio dell’informazione, un concetto introdotto da Claude Shannon in un articolo sul «Bell System Technical Journal» nel 1948 e che ha generato la rivoluzione digitale. Tuttavia l’informazione filosoficamente sembra essere un labirinto concettuale la cui definizione più diffusa è basata su una non mento problematica categoria di dati.

L’evoluzione tecnologica dell’informazione e del mondo compreso come una serie di dati si concretizza nelle intelligenze artificiali (Ai) e nei robot: siamo in grado di costruire macchine che possono prendere decisioni autonome e coesistere con l’uomo. Si pensi alle macchine a guida autonoma che Uber, il noto servizio di trasporto automobilistico privato, già utilizza in alcune città come Pittsburgh, o a sistemi di radio chirurgia come il Cyberknife o i robot destinati al lavoro affianco all’uomo nei processi produttivi in fabbrica. Le Ai, queste nuove tecnologie, sono pervasive. Stanno insinuandosi in ogni ambito della nostra esistenza. Tanto nei sistemi di produzione, incarnandosi in robot, quanto nei sistemi di gestione sostituendo i server e gli analisti. Ma anche nella vita quotidiana i sistemi di Ai sono sempre più pervasivi. Gli smartphone di ultima generazione sono tutti venduti con un assistente dotato di intelligenza artificiale, Cortana, Siri o Google Hello — per citare solo i principali — che trasforma il telefono da un hub di servizi e applicazioni a un vero e proprio partner che interagisce in maniera cognitiva con l’utente. Sono in fase di sviluppo sistemi di intelligenza artificiale, i bot, che saranno disponibili come partner virtuali da interrogare via voce o in chat che sono in grado di fornire servizi e prestazioni che prima erano esclusiva di particolari professioni: avvocati, medici e psicologi sono sempre più efficientemente sostituibili da bot dotati di intelligenza artificiale.

Il mondo del lavoro conosce oggi una nova frontiera: le interazioni e la coesistenza tra uomini e intelligenze artificiali. Prima di addentrarci ulteriormente nel significato di questa trasformazione dobbiamo considerare un implicito culturale che rischia di sviare la nostra comprensione del tema. Nello sviluppo delle intelligenze artificiali (Ai) la divulgazione dei successi ottenuti da queste macchine è sempre stata presentata secondo un modello competitivo rispetto all’uomo. Per fare un esempio Ibm ha presentato Deep Blue come l’intelligenza artificiale che nel 1996 riuscì a sconfiggere a scacchi il campione del mondo in carica, Garry Kasparov e sempre Ibm nel 2011 ha realizzato Watson che ha sconfitto i campioni di un noto gioco televisivo sulla cultura generale Jeopardy!. Queste comparse mediatiche delle Ai potrebbero farci pensare che questi sono sistemi che competono con l’uomo e che tra Homo sapiens e questa nuova macchina sapiens si sia instaurata una rivalità di natura evolutiva che vedrà un solo vincitore e condannerà lo sconfitto a una inesorabile estinzione. In realtà queste macchine non sono mai state costruite per competere con l’uomo ma per realizzare una nuova simbiosi tra l’uomo e i suoi artefatti: (homo+machina) sapiens. Non sono le Ai la minaccia di estinzione dell’uomo anche se la tecnologia può essere pericolosa per la nostra sopravvivenza come specie: l’uomo ha già rischiato di estinguersi perché battuto da una macchina “molto stupida” come la bomba atomica. Tuttavia esistono sfide estremamente delicate nella società contemporanea in cui la variabile più importante non è l’intelligenza ma il poco tempo a disposizione per decidere e le macchine cognitive trovano qui grande interesse applicativo.

Si aprono a questo livello tutta una serie di problematiche etiche su come validare la cognizione della macchina alla luce proprio della velocità della risposta che si cerca di implementare e ottenere. Tuttavia il pericolo maggiore non viene dalle Ai in se stesse ma dal non conoscere queste tecnologie e dal lasciare decidere sul loro impiego a una classe dirigente assolutamente non preparata a gestire il tema.

Se l’orizzonte lavorativo del prossimo futuro — in realtà già del nostro presente — è quello di una cooperazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale e tra agenti umani e agenti robotici autonomi diviene urgente cercare di capire in che maniera questa realtà mista, composta da agenti autonomi umani e agenti autonomi robotici, possa coesistere.

Il primo e più urgente punto che le intelligenze artificiali pongono nell’agenda dell’innovazione del lavoro è quello di adattare le nostre strutture sociali a questa nuova e inedita società fatta di agenti autonomi misti.

Una primissima sfida è di natura filosofica e antropologia. Queste frontiere dell’innovazioni, la realizzazione di queste macchine sapiens, per utilizzare un termine molto evocativo, ci interroga in profondità sulla specificità dell’Homo sapiens e in particolare su quale sia la specifica componente e qualità umana del lavoro rispetto a quella macchinica: le rivoluzioni industriali hanno dimostrato che non è l’energia, non è la velocità e, ora, che anche la cognizione e l’adattabilità alla situazione non sono specifiche solamente umane.

La ricerca di risposte su questo tema è quanto mai urgente e importante per non sancire un declino dell’uomo negli orizzonti del postumano. Gli appartenenti a questa corrente di pensiero propugnano l’idea di un uomo in crisi, incapace di saper gestire le macchine che lui stesso ha creato. L’uomo sarebbe destinato a essere confinato in un passato fatto di residui archeologici. Il postumano si configura, quindi, attorno all’idea centrale di un’umanità sconfitta dal suo stesso progresso. Un secondo, e altrettanto urgente tema, è quello di definire come e in che maniera si può garantire la coesistenza tra uomo e Ai, tra uomo e robot. Per rispondere a questa domanda procederemo nel seguente modo. In primo luogo cercheremo di formulare una direttiva fondamentale che deve essere garantita dalle Ai e dai robot e poi cercheremo di definire che cosa questi sistemi cognitivi autonomi devono imparare per poter convivere e lavorare cooperativamente con l’uomo.

La prima e fondamentale direttiva da implementare può essere racchiusa nell’adagio latino primum non nocere. La realizzazione di tecnologie controllate da sistemi di Ai porta con sé una serie di problemi legati alla gestione dell’autonomia decisionale di cui questi apparati godono. La capacità dei robot di mutare il loro comportamento in base alle condizioni in cui operano, per analogia con l’essere umano, viene definita autonomia.

Possiamo allora individuare una frontiera lungo cui avviene una radicale sfida che, prima che tecnica, sembra essere eminentemente culturale. Se da un lato la macchina si umanizza, dall’altra l’uomo rischia di macchinizzarsi. L’avvento della machina sapiens è, quindi, in primo luogo una sfida a dire nuovamente, in questa stagione, la specificità della persona umana e la sua dignità.

di Paolo Benanti

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08 dicembre 2019

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