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Nell’attesa
della Sua venuta

· La vita come promessa e avventura nelle parole del Papa ·

È iniziato l’Avvento, periodo forte dell’anno liturgico e il cristiano è chiamato a riflettere sul fatto che la vita è un’avventura. Questo termine viene dal latino, si tratta dell’infinito futuro di ad-venio, l’avventura è qualcosa che sta per venire, che verrà incontro (ad). Durante questo periodo la Chiesa ci ricorda non solo quello che è avvenuto duemila anni fa, la nascita di Gesù a Betlemme, come ha fatto il Papa domenica recandosi a Greccio e pubblicando la lettera sul presepe Admirabile signum, ma anche quello che av-verrà alla fine della storia, con la venuta di Cristo re dell’universo, giudice dei vivi e dei morti. Ricorda insomma all’uomo distratto o disilluso che la storia ha una fine ma anche un fine. E questo oggi suona scandaloso. Il discorso escatologico infatti oggi viene un po’ dappertutto meticolosamente rimosso e anche per questo ci è sembrato giusto domenica pubblicare su questo giornale un articolo della biblista Laura Invernizzi sull’argomento della morte che è il primo di una serie dedicata ai “Novissimi” (morte, giudizio, Paradiso, Inferno), un tema teologico che è collocato nel cuore del messaggio cristiano che il Papa diffonde con i suoi gesti e le sue parole.

Proprio domenica commentando il vangelo Francesco ha paragonato la società contemporanea, malata di consumismo, a quella generazione di cui parla Gesù nel discorso escatologico del capitolo 24 di Matteo, quella che viveva «ai giorni di Noè», quella che può, dice il Papa, «preferire le tenebre del mondo. Al Signore che viene e al suo invito ad andare a Lui si può rispondere no, non ci vado. Spesso non si tratta di un no diretto, sfrontato, ma subdolo», proprio come accadde prima del diluvio, e cioè che «mentre qualcosa di nuovo e sconvolgente stava per arrivare, nessuno ci badava, perché tutti pensavano solo a mangiare e a bere. In altre parole, tutti riducevano la vita ai loro bisogni, si accontentavano di una vita piatta, orizzontale, senza slancio. Non c’era attesa di qualcuno, soltanto la pretesa di avere qualcosa per sé, da consumare. Attesa, il Signore che viene, e non pretesa di avere qualcosa da consumare noi. E questo è il consumismo. Il consumismo è un virus che intacca la fede alla radice, perché ti fa credere che la vita dipenda solo da quello che hai, e così ti dimentichi di Dio che ti viene incontro e di chi ti sta accanto».

Attesa o pretesa: è il bivio di fronte a cui è posto il cristiano in questo periodo forte dell’Avvento. Nel primo caso la vita è tesa, “tesa a”, tesa verso un compimento di qualcosa che avverrà. È questa una vita che assomiglia al roveto che incontra Mosè nel deserto, una vita cioè che arde senza consumarsi. Nella seconda all’opposto c’è il solo consumare e consumarsi senza alcun ardimento. Eppure il cuore dell’uomo deve ardere se vuole essere veramente vivo, e per ardere è necessaria la presenza di una promessa; è infatti la promessa la fonte dell’attesa che forse è la condizione più autentica di un’esistenza propriamente umana, come spesso hanno saputo cogliere gli artisti prima e meglio degli altri. Viene in mente Walt Whitman che in Canto di me stesso riconosce che «Tutte le verità attendono in tutte le cose» e un poeta per certi versi ai suoi antipodi come Cesare Pavese che si chiedeva: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?».

L’inizio dell’Avvento ricorda ai fedeli che sono parte di un popolo, il popolo dell’attesa che è quindi capace di cogliere la vita dal suo verso più giusto, quello dell’avventura, di una tensione che è “alta”, che assomiglia a quella della donna quando è in gravidanza, la condizione più normale e al tempo stesso poetica (e su questo termine ci sarebbe da dire molto e molto il Papa ha già detto nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal Giappone) di cui ogni generazione fa esperienza, quella che non a caso è chiamata “dolce attesa”.

Andrea Monda

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28 gennaio 2020

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