Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Nell’Arca
con il Dio vulnerabile

· Compie cinquant’anni la comunità fondata da Jean Vanier ·

«Troppo a lungo ci hanno riempito la testa con il Dio onnipotente ma apparentemente incapace di sentire le grida di tutti i poveri. Dio non impartisce ordini a noi uomini. Vuole donare la sua presenza, che crea piacere, persino giubilo direi. Sta a noi uomini adoperarci per la giustizia, dare pane agli affamati, accogliere i senzatetto.

Non è colpa di Dio se esistono tutte queste divisioni e sofferenze; lui ci ha dato un’intelligenza, un cuore, una mente». È una delle pagine più intense del carteggio tra Jean Vanier, fondatore della comunità L’Arche e del movimento Foi et Lumière, e Julia Kristeva, docente di linguistica e semiologia all’Università di Parigi ma soprattutto psicanalista e scrittrice, esponente di spicco dello strutturalismo francese. Un cattolico e una non credente, madre di David, disabile per una patologia neurologica: la corrispondenza ha dato vita nel 2011 al bel libro Il loro sguardo buca le nostre ombre (pubblicato in Italia da Donzelli editore, con prefazione del cardinale Gianfranco Ravasi). È un dialogo intenso sull’handicap e la paura del diverso, dove si scopre «il Dio vulnerabile, un Dio angosciato, il suo corpo ricoperto di piaghe nel cuore dell’universo». Vanier, in una delle lettere, scritte fra il giugno 2009 e l’agosto 2010, chiede di fermare «la corsa verso gli onori, verso l’efficienza, verso l’eccellenza», di aprire «i nostri cuori ai deboli che gridano», di rivolgerci al Dio umile «nascosto nella regione più profonda e intima dei nostri cuori». È la voce interiore della coscienza, che «ci lega a tutti gli altri uomini» e attraverso la quale «facciamo parte della grande famiglia umana».

Il 1°, il 2 e il 3 maggio, a Paray-le-Monial, in Borgogna, duemila membri de L’Arche tra disabili, volontari, dipendenti, amici e benefattori daranno inizio alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario di fondazione. Era infatti il 1964 quando Jean Vanier, allora insegnante di filosofia in Canada, si trasferisce in Francia, a Trosly-Breuil, nel dipartimento dell’Oise, acquista una piccola casa e ci va a vivere con Philippe e Raphaël, affetti da deficit intellettivo. La “chiamata” l’aveva ricevuta l’anno prima quando era andato a trovare padre Thomas Philippe, suo ex insegnante, diventato cappellano di una casa di accoglienza per disabili mentali a Trosly-Breuil. Vanier venne a contatto con la sofferenza, il disprezzo, l’umiliazione legati all’handicap, ma anche con la solidarietà: è lì che è cominciata l’avventura dell’Arca, oggi una realtà multiforme composta da centoquarantasei centri in trentacinque Paesi.  

Giovanni Zavatta

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE