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Nell'America della crisi  anche i ricchi piangono

· Obama contro gli sgravi fiscali alle classi più abbienti ·

Nell'America alle prese con la peggiore crisi dal secondo dopoguerra il confronto politico ed elettorale si mescola all'allarme sociale. Così, mentre la Fed conferma un «rallentamento diffuso» dell'economia, Barack Obama annuncia che gli sgravi fiscali per le classi benestanti — ovvero coloro il cui reddito annuo supera la soglia dei 250.000 euro — non saranno rinnovati.

Da Cleveland, Ohio, il presidente ha dettato ieri le linee guida del proprio manifesto politico: meno tasse per il ceto medio e le aziende che creano occupazione; le imposte aumentano invece per i più abbienti. Non saranno quindi prorogati gli sgravi introdotti da George W. Bush. «Le tasse per i più ricchi non sono una punizione — ha chiarito il presidente — il problema è che non possiamo più permetterci un conto da 700 miliardi di dollari in dieci anni per favorire coloro che stanno già bene, ma sono pronto a rendere permanenti i tagli per i più poveri». Un messaggio, questo, già annunciato in passato. «L'America non può avere una forte economia senza una forte classe media», ha detto Obama lunedì 6 settembre, in occasione del «Labour Day». La mossa si aggiunge alla proposta di una deduzione particolare per le aziende che puntano di più sull'occupazione e al progetto di un investimento da cinquanta miliardi nelle infrastrutture dei trasporti.

Lo scontro politico è appena iniziato e si annuncia durissimo. I repubblicani al Congresso faranno di tutto per prorogare gli sgravi di Bush. I democratici sostengono che la priorità è il rilancio dei consumi, cosa possibile solo se si prolungano le agevolazioni solo per le classi medie; la stessa manovra rivolta alle classi più abbienti non avrebbe lo stesso effetto.

La sfida principale che l'America deve affrontare — spiegano gli analisti — è il lavoro, con un tasso di disoccupazione fisso al dieci per cento. Lo confermano anche i dati forniti dal Beige Book della Fed, il documento che periodicamente fa uno spaccato della situazione economica statunitense. L’attività economica — si legge — «mostra ampi segni di indebolimento alla fine di agosto». Secondo la Banca centrale cinque dei dodici distretti americani registrano «condizioni miste o di decelerazione dell’attività economica». In particolare l’attività è modesta nei distretti di St. Louis, Minneapolis, Dallas e Kansas City, ed è mista o rallentata in altre cinque aree: New York, Filadelfia, Richmond, Atlanta e Chicago. Nelle due aree di Boston e Cleveland invece i segnali sono positivi. L’inflazione resta limitata per la maggior parte dei prezzi e le pressioni sui salari sono sotto controllo.

«Una crescita economica a passo lento è il segnale delle condizioni generali della congiuntura», sostiene la Fed. Segnali negativi arrivano anche da un settore storicamente forte, come quello high tech. La paradossalità della situazione — commentano gli analisti della Fed — è che le offerte di lavoro tra luglio 2009 e luglio 2010 sono aumentate del venti per cento e tuttavia non si è verificato un calo della disoccupazione. Molti commentatori dicono che i piani di Obama arrivano troppo tardi. In un articolo sul «New York Times» il premio Nobel per l'economia Paul Krugman ha scritto che l'America è prigioniera di una trappola politica. L'Amministrazione non ha fatto abbastanza per rilanciare l'economia: si muove con interventi a breve, per guadagnare popolarità ma è priva di una visione del futuro.

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