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Nella vignetta
del Signore

· Gente di Spirito ·

A colloquio con «Gioba», don Giovanni Berti

Classe 1967, prete della diocesi di Verona dal 1993, don Giovanni Berti, in arte “Gioba”, non ha mai frequentato una scuola di disegno, ma a scuola ha disegnato sempre per sopravvivere alle lezioni più noiose. Anche durante il seminario ha continuato implacabile a produrre vignette sulla vita di comunità e sui docenti di teologia. Diventato sacerdote non ha smesso di mettere sul foglio di carta le sue intuizioni umoristiche, a volte semplici altre volte più raffinate, ispirandosi anche alle pagine del Vangelo, come spiega sul suo sito www.gioba.it, non per banalizzarne il messaggio ma per cogliere «la potenza di gioia che è nascosta nella storia di Gesù». Recentemente ha raccolto le sue opere più significative, sempre molto apprezzate e condivise sui social, nel libro Nella vignetta del Signore: il Vangelo disegnato con il sorriso (Milano, Ancora 2019, pagine 110, euro 15), curato con Lorenzo Galliani. Noi lo abbiamo incontrato facendogli subito una domanda scomoda.

Caro Gioba, ma non le hanno insegnato che si scherza coi fanti ma si lasciano in pace i santi?

Spesso me l’hanno detto, sia per prendermi un po’ in giro come anche per criticare le mie vignette che si ispirano al Vangelo e che hanno Gesù e i santi come protagonisti. È un umorismo forse un po’ “difficile” quello che si fa con le cose della fede, ma il mio è un modo per dire queste cose in modo diverso, senza prendermi gioco della fede. Mi verrebbe da dire che non lascio stare i santi ma scherzo “con” loro. In fondo in paradiso sono tutti beati… no?

Come disegnatore umorista, lei si lascia ispirare dalle pagine del Vangelo. Cosa crede che aggiungano le sue vignette alla Parola di Dio?

Non penso aggiungano nulla, ma solo colgano un aspetto, un dettaglio così come lo sento io e magari qualcun altro. La Parola di Dio è inesauribile e proprio per questo si possono cogliere messaggi e modi di esprimerli assai diversi: lo si può fare con un discorso, una canzone, un’opera teatrale o cinematografica, e anche una vignetta...

La vignetta più riuscita è quella che fa ridere o quella che fa anche riflettere?

La vignetta più riuscita è quella che fa entrambe le cose e che stimola anche un pensiero e richiama un concetto che non è detto sia nella mia intenzione. La vignetta, così come ogni immagine, accende nella mente di chi la vede più di quel che è nelle intenzioni del suo autore.

Secondo lei, Gesù aveva il senso dell’umorismo?

Davvero difficile rispondere a questa domanda perché noi di Gesù abbiamo il racconto “filtrato” da coloro che l’hanno conosciuto e tramandato secondo la loro sensibilità, esperienza e contesto culturale. Penso però che l’umorismo sia una cosa profondamente umana e quindi Gesù vero uomo credo non potesse non aver senso dell’umorismo e capacità di sorridere. Mi pare trapeli anche dalle sue parabole così ricche di elementi paradossali a volte davvero umoristici nel senso di spiazzanti, così come lo è la vera ironia.

Secondo lei, nel mondo della comunicazione cattolica l’umorismo e l’ironia sono sufficientemente diffusi?

Il messaggio del Vangelo è una cosa seria ma non triste. Penso che comunicare il Vangelo con il sorriso, un po’ di buonumore e a volte la capacità di ridere, non sia accessorio ma fondamentale proprio per il messaggio stesso. Non si può parlare della gioia della risurrezione con il broncio e lo sguardo torvo.

La Chiesa teme il senso dell’umorismo?

Penso che in certi ambienti ci sia il timore che ridere e magari “giocare” con il Vangelo, così come faccio io con le mie vignette, sia una cosa pericolosa e quasi una blasfemia. Può capitare di esagerare e di andare un po’ troppo sopra le righe (anche se l’umorismo gioca sull’andare sopra le righe...) ma almeno nelle mie intenzioni non c’è voglia di ridere del Vangelo e della Chiesa ma di ridere “con” il Vangelo e “nella” Chiesa.

Le capita mai che qualcuno non capisca il senso di una sua vignetta? Allora, come reagisce?

Il fraintendimento è parte integrante di ogni forma di comunicazione. Anche gli apostoli spesso non capiscono quel che Gesù dice loro. Quindi anche una vignetta può essere non compresa sia nel senso che non viene colta la battuta che contiene o non vengono percepite le sue intenzioni. Io reagisco all’incomprensione spiegando, se mi vengono chieste spiegazioni, e in caso di attacchi cerco di rispondere con ironia. Sui social, dove le mie vignette sono condivise, è facile farsi prendere la mano da dibattiti che sono più scambi di accuse e offese. Cerco (il più possibile) di rimanerne fuori.

Umorismo come antidoto al fondamentalismo?

Certo che sì. L’umorismo è ironia e autoironia. È non prendersi troppo sul serio e lasciare davvero solo a Dio la parola definitiva su tutto.

Chesterton diceva che «è facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». Lei dove la trova tutta questa leggerezza?

Favoloso! Mi verrebbe da trasformarlo in vignetta! Qualche volta riesco persino a far sorridere l’assemblea durante le prediche ai funerali, quando racconto un aneddoto o dico una cosa “leggera” ma che vuole consolare.

Il Papa ha mai visto una sua vignetta?

Ehm... il Papa ha visto una mia vignetta sulla chiusura del Giubileo della misericordia. Nella vignetta in questione il Papa fatica a chiudere la Porta Santa perché un piede con una stigmate la tiene bloccata. Questa vignetta è arrivata nelle mani del rettore del seminario di Molfetta che l’ha mostrata al Papa e lui parlando ai seminaristi l’ha usata come immagine dentro il suo discorso. Sono entrato nel magistero pontificio. Cosa posso volere di più?

di Fabio Colagrande

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22 novembre 2019

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