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Ritorno alle origini

· L’urna con il corpo di san Giovanni XXIII in pellegrinaggio dal 24 maggio al 10 giugno ·

«Questa natura morta è un’immagine del mio distacco da Camaitino per sempre: si incomincia dalla terra dove son nato, e poi si prosegue fino al punto di congiungimento con la terra dei viventi. Dimitte omnia: et invenies omnia [Lascia tutto e troverai tutto (Imitazione di Cristo, III, 32, 1)]. Sì, sì, sempre così». È l’appunto che Papa Giovanni XXIII annota sul suo diario il 1° ottobre 1959, contemplando un quadro di Abraham Brueghel. Si potrebbe partire da questa nota, struggente e bellissima, per commentare il pellegrinaggio che il “corpo santo” di Giovanni XXIII compirà in terra bergamasca dal 24 maggio al 10 giugno. Ne ha dato comunicazione ufficiale la diocesi di Bergamo presentando il programma dettagliato delle celebrazioni. I luoghi che l’urna toccherà sono stati scelti con cura e rappresentano alcune delle tappe più significative del legame di Papa Roncalli con le sue radici: a Bergamo, la cattedrale di Sant’Alessandro, il seminario e l’ospedale a lui intitolati, il carcere; poi il santuario della Cornabusa in valle Imagna, il convento di Baccanello; infine, Sotto il Monte.

L’appunto di Giovanni XXIII in calce alla «Natura morta» di Abraham Brueghel (1631-1697)

Fin da quando, ancor giovane prete, Roncalli fu chiamato a svolgere il suo ministero lontano da Bergamo, egli espresse a chiare lettere il suo affetto per la terra d’origine. In un appunto del 18 marzo 1921, appena giunto a Roma per lavorare a Propaganda Fide, scrisse: «Un vincolo ufficiale e prezioso mi tiene sempre legato a questa mia Chiesa di Bergamo che tanto amo». Di Bergamo, soprattutto del borgo antico di Città Alta, gli mancavano il dolce suono delle campane, i colori tenui dei colli, il silenzio raccolto delle sue chiese: «Oh, la solitudine deliziosa di quella parte così caratteristica di Bergamo Alta, e le voci delle campane che veramente di lassù in tanta bellezza di natura danno riposo all’anima e la elevano verso il Signore! Io ho girato mezzo mondo: ma poche cose ho veduto che riempiano lo spirito di dolcezza e di pace come quel panorama dell’antica Bergamo» (Lettera del 23 marzo 1932 al vescovo Adriano Bernareggi).

Giuseppe Angelo Roncalli al convento di Baccanello (3 ottobre 1956)

Nel seminario di Bergamo era stato alunno dal 1892 al 1900; poi vi aveva insegnato e, dopo la prima guerra mondiale, aveva svolto il delicato compito di direttore spirituale dei chierici. Ne narrò anche la storia in un volume del 1939. Quando si pensò di ricostruire il vecchio edificio ormai fatiscente, egli — da pochi giorni patriarca di Venezia — scrisse al vescovo di Bergamo, Giuseppe Piazzi: «Confido di poter offrire, verso l’autunno di questo anno, al seminario Bergomense, che resta sempre uno dei più forti amori della mia vita, il segno, documentario e monumentale insieme, della mia fedeltà maturatasi in quarant’anni di sollecitudini dirette o associate» (Lettera del 17 marzo 1953).

Nel lungo periodo delle sue missioni diplomatiche in Oriente e in Francia, ogni anno, cercava di far coincidere le sue vacanze con il mese di agosto, per la festa di sant’Alessandro, patrono di Bergamo, al quale è dedicata la cattedrale cittadina. Era un’occasione gradita per riannodare e rinsaldare i rapporti con la città: «Bella festa di S. Alessandro. L’ho passata a Bergamo invitatovi da mons. Bernareggi con molta mia consolazione […]. Fu un tuffo piacevole nelle care memorie della mia giovinezza, e fra tante conoscenze amatissime, innanzi all’urna del Santo Patrono, per me sempre palpitante di vita» (Nota del 26 agosto 1939).

Le reliquie di san Giovanni XXIII sosteranno anche al nuovo ospedale, a lui dedicato. È nota la sua predilezione per gli ammalati. E proprio negli ospedali militari di Bergamo prestò servizio durante la grande guerra, prima come “sergente di sanità” e poi come cappellano. Quell’esperienza lo segnò profondamente. In un appunto personale del 1° aprile 1917 scrisse: «Oggi due messe: qui al “Banco Sete” e al nuovo Ospedale “Istituto Rachitici” dove fu trasferita la Direzione Generale degli Ospedali di Bergamo e io devo estendere il mio ufficio di cappellano […]: otto discorsi tra grandi e piccoli; notte precedente quasi insonne per le protratte confessioni, e l’assistenza a un infermo gravissimo morto all’alba; poi SS. Comunioni Pasquali ai soldati nei reparti ecc. e stasera la recita di tutto l’Ufficio Divino. Mi sento proprio stanco: eppure sono così contento!». Anche il carcere orobico potrà per qualche minuto accogliere il corpo santo di Papa Giovanni. Proprio un penitenziario fu da lui scelto per compiere una delle sue prime visite fuori dal Vaticano, come tutti ricordano e come lui stesso scrisse: «Mia visita alle Carceri di “Regina Coeli”. Molta calma da mia parte: ma grande ammirazione nella cronaca romana, italiana e del mondo intero. La pressura fu grande intorno a me: autorità, fotografi, carcerati, uomini del servizio di ordine ma il Signore mi fu vicino. Queste sono le consolazioni del papa: l’esercizio delle 14 opere della Misericordia» (Nota del 26 dicembre 1958).

Il suggestivo santuario della Cornabusa, in valle Imagna, era amato da Angelo Roncalli. Nel 1908 aveva partecipato al rito di incoronazione della statua della Vergine Addolorata, venerata da tutti i valligiani, molti dei quali emigrati all’estero. Lì era tornato a pregare nell’agosto del 1958, poco prima di entrare nel conclave che lo avrebbe eletto papa. In quei giorni annotò: «Alla Cornabusa. Veramente bonum hic esse [È bello stare qui (Matteo, 17, 4)]: pregare in solitudine, in faccia alla natura di questa che Stoppani chiamava la più bella delle valli Lombarde; ai piedi della cara Madonna Addolorata che io conobbi dall’ottobre 1908 quando fu coronata dal card. Maffi, e io ero segretario di mons. Radini» (Nota del 12 agosto 1954).

Fin dalla giovinezza, a Roncalli fu caro il piccolo convento di Baccanello, poco distante da Sotto il Monte. La sera del 27 maggio 2018 le sue spoglie ritorneranno in quel romitorio che lui descrisse così: «Gli occhi Nostri, sino dall’infanzia, furono familiari alla visione più semplice del conventino regolare dei Frati Minori di Baccanello, che nella distesa campagna Lombarda, dove eravamo nati e cresciuti, era la prima costruzione tutta religiosa che incontravamo: chiesa, modesto romitorio, campanile, e, intorno umili fratelli che si spandevano fra i campi e i modesti casolari per la cerca, diffondendo quell’aria di semplicità tutta ingenua, che rendeva così simpatico san Francesco e i figli suoi» (Discorso del 16 aprile 1959).

I rapporti privilegiati con il paese natale sono illustrati da una ben nutrita serie di testi. Eccone uno: «Stamattina ho detto la Messa tutta per Sotto il Monte […]. La festa di S. Giovanni ha la virtù di ringiovanirmi, perché dopo tanti anni ho ancora l’impressione di quando salivamo sulla collina benedetta che sovrasta alle nostre case e lassù gustavamo il profumo della primavera in fiore e dell’estate già ricca dei suoi doni […]. Giovani e vecchi noi amiamo questa primavera perenne della nostra fede religiosa, e prendiamo coraggio a percorrere tutto il cammino che ancora ci resta per raggiungere i colli della primavera eterna» (Lettera del 24 giugno 1937 a don Giovanni Birolini, parroco di Sotto il Monte).

Questi luoghi hanno lasciato un segno profondo nella vita e nel cammino cristiano di san Giovanni XXIII. E lì si respira ancora l’atmosfera spirituale giovannea. In questo pellegrinaggio tali legami verranno non solo ricordati ma anche rafforzati e rinnovati.

di Ezio Bolis

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21 agosto 2018

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