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​Nella rete
non basta esserci

· Ospedale da campo ·

​Intervista con don Giacomo Ruggeri che segue preti e consacrati vittime della dipendenza del web

Padre Peter-Hans Kolvenbach ha guidato la Compagnia di Gesù dal 1983 al 2008. Un anno prima di lasciare l’incarico di Preposito generale fece una conferenza a Roma, in occasione del seminario sull’accompagnamento spirituale nella tradizione ignaziana. Il suo intervento sulla cura personalis è diventato un testo di riferimento per la pedagogia e la spiritualità ignaziana in ogni servizio apostolico della Compagnia. «Ignazio — scrive padre Kolvenbach — ha fatto un’esperienza che nell’itinerario verso Dio la persona necessita di una cura particolare, cioè dell’aiuto di un compagno di cammino, anche se tale avventura spirituale sarà (secondo lo Spirito che è sempre rigorosamente attento al bene personale) una cura personalis». Se la cura personalis nasce nel contesto degli Esercizi spirituali, nella vita ordinaria è paragonabile a un ponte che permette di trafficare il vissuto della persona in tutti gli ambienti della sua vita quotidiana. Nel tempo attuale, a distanza di cinquecento anni dall’esperienza del basco Iñigo López di Loyola, uno di questi ambienti di necessario e concreto esercizio della cura personalis è il mondo digitale di internet e dei social network.

Ne parliamo con don Giacomo Ruggeri, sacerdote della diocesi di Concordia-Pordenone (Friuli - Venezia Giulia), che studia le mutazioni antropologiche della comunicazione nella società di oggi e, in questi anni, ha approfondito la connessione profonda tra cura personalis, Internet e i profili social.

Da dove nasce, don Ruggeri, la sua riflessione sul rapporto — non così automatico e scontato — tra la “cura personalis” e le dinamiche di Internet?

Come prete diocesano, da oltre venticinque anni di ministero, trovo nella pedagogia ignaziana un nutrimento solido alla mia vita e al ministero. Durante i colloqui con gli esercitanti, negli Esercizi spirituali, avverto che tra le cause di disordine interiore vi è la relazione invasiva che la persona ha con smartphone, computer, iPad e l’intero mondo della rete. Al tempo di Ignazio vi erano altre dinamiche. Ritengo che le piattaforme digitali, che ognuno di noi si porta in tasca con uno specifico strumento, rappresentino una grande sezione dell’ospedale da campo sul quale insiste Papa Bergoglio. Esercitare la cura personalis in Internet significa accompagnare la persona nella relazione che intesse non tanto (solo) con lo strumento in sé, ma con quanto esso rappresenta, significa per la sua vita. Le dinamiche digitali lasciano ferite invisibili verso le quali non sempre la persona è pienamente cosciente. Esercitare la cura con lo smartphone in mano, dunque, vuol dire avermi a cuore e avere a cuore la persona accanto a me. Gli esempi concreti non mancano.

Ce ne può fare uno?

Girando l’Italia ho l’occasione di incontrare e parlare ai preti nell’incontro di formazione del presbiterio, su invito del vescovo. Dalle domande che mi rivolgono, e soprattutto nei colloqui personali a fine relazione, si intuisce che il cellulare rappresenta molto di più di ciò che è. Nel tempo attuale il ministero del prete è sottoposto a molteplici pesi, fatiche, tensioni. Di conseguenza, sono poche le gratificazioni, naturali in ogni persona. Ebbene: aprire lo smartphone, ad esempio per un prete, può significare l’attivazione che definisco il “grido delle parole mute”. Non è sufficiente vedersi tra preti per imparare a conoscersi, perché il tempo che si sta assieme è sempre meno, e sovente non si va in profondità. Uno dei disordini interiori che registro nei preti è l’allargarsi della forbice temporale che, durante la giornata, vivono nel rapporto duale ed esclusivo con la testa ricurva sul proprio smartphone. Definisco il cellulare la “pompa icronovora”, ovvero che si mangia il tempo, il mio tempo, mi divora dentro, assorbendomi il pensiero, corrodendo la profondità, cambiandomi progressivamente e carsicamente nel modo di ragionare, pregare, servire, lavorare, parlare, relazionarmi, ecc. Quando entro nel mio profilo social, e delle altre persone, sono inconsciamente contaminato da sentimenti digitali pervasivi. Una volta che ne esco, e chiudo il cellulare, non sono più la persona di prima. Per quanto poco, o molto, sia stato il tempo che ho abitato nella rete, essa inconsciamente, mi lavora dentro. La cura personalis, dunque, è accompagnare la persona affinché arrivi, con le sue gambe, a consapevolezza di ciò che sta avvertendo e avvenendo in sé.

Nella tradizione della Chiesa l’accompagnamento avviene incontrandosi di persona. Come si può esercitare tale servizio nelle relazioni digitali?

L’incontro de visu deve rimanere un punto saldo e irrinunciabile. La stessa psicologia, ad esempio, si sta seriamente interrogando sul rapporto medico-paziente nel tempo di internet, con l’uso di Skype ad esempio, avendo alle spalle però una relazione che perdura da tempo. Le vie e le forme concrete dell’accompagnamento, mediante le tecnologie, possono essere molteplici. Il punto che evidenzio, però, non è sullo strumento in sé da utilizzare, ma sullo stile e sulla sostanza del sapermi prendere cura di una persona. Un accenno: mi capita di ricevere mail lunghissime da parte di religiose, monache, preti. In tali casi affermo che lo schermo scherma. Come a dire: l’accompagnamento spirituale può avere un avvio nelle vie digitali, ma deve maturare e crescere nell’incontro personale, perché lo schermo è la nuova via di fuga da sé e dalle relazioni faticose e conflittuali.

Padre Federico Lombardi sj nella prefazione al suo libro di dottorato in teologia (“Ordinare i frammenti. Discernimento e cura personalis: la pedagogia di S. Ignazio di Loyola, Fara ed., pp. 318, 2016, euro 18), scrive che “bisogna essere ben consapevoli della profondità delle implicazioni antropologiche ed esistenziali del vivere nella società digitale, dei rischi ma anche delle possibilità”. Quali sono oggi, secondo lei, gli ambiti interiori a essere chiamati in causa?

Una su tutte è il silenzio. Oggi il silenzio è a caro prezzo. In treno, se vuoi viaggiare tranquillo, devi pagare un biglietto a tre cifre. Il silenzio è scomparso anche nella pastorale, nella vita della comunità perché il silenzio è faticoso, è duro. Anche se non ho il telefono acceso, le dinamiche digitali hanno la potenza di tenermi concentrato sulle parole che scrivo in rete, le foto che commento, i video che scarico, il surfing digitale che pratico sul mio schermo. A fare le spese di questo mancato silenzio, ovviamente, è la vita interiore. Internet mi tiene ben ancorato alla superficie, attivando in me una graduale disaffezione a ciò che si muove in me e, soprattutto, a come si muove. La superficie mi impedisce di dare un nome alla voce del profondo. Un altro ambito antropologico è quello che chiamo vita in vetrina digitale. Devo chiedermi: perché voglio sapere tutto di tutti? Da dove nasce tale bisogno? Il profilo social, più che per me, è per gli altri, per come voglio essere visto, pensato, amato, accolto, accettato. Con le applicazioni posso fare tutte le modifiche, pagando poi a caro prezzo il confronto con la realtà, nuda e cruda.

Papa Francesco in diverse occasioni (la più recente nell’incontrare gli studenti del liceo Visconti di Roma) richiama non solo la prudenza verso gli strumenti digitali, ma in essi vede il terreno per nuove dipendenze e patologie. Dal suo osservatorio, don Ruggeri, cosa può dirci in merito?

Tutti sono coinvolti: preti, frati, suore, seminaristi, vescovi, madri generali, badesse, genitori, catechisti. La dipendenza è trasversale perché intercetta i desideri e li trasforma in bisogni. Vescovi e madri generali che mi chiedono di aiutarli con non pochi casi di preti, religiosi, religiose divenuti dipendenti dallo smartphone, dall’uso e abuso dei social, dalla curiosità che si trasforma in reale dipendenza specie con siti pornografici, gioco d’azzardo on line, visione ossessiva compulsiva di Youtube (ed altro che merita una trattazione a sé). Mi rendo conto, inoltre, che vi è una mancata conoscenza dei confini da non valicare. Essere preti o suore, seminaristi o vescovi non mi autorizza, rafforzato dal ruolo, a muovermi come voglio nella rete dei social e di Internet. Le mie parole, in rete, hanno valore doppio. Anzi, proprio perché ho un ruolo pubblico devo conoscere recinti e paletti che mi salvano e mi tutelano dal cadere anche in reati penali. La dipendenza, dunque, non è la fine e nemmeno il fallimento, perché nessuno è mai perduto per sempre. Se nell’ospedale sono curato per una malattia riconosciuta e scoperta, nelle dipendenze digitali che coinvolgono preti, consacrati, formatori dovrò lavorare su ciò che non è né riconosciuto, né consapevole, perché la potenza del digitale affonda le sue radici nel mio inconscio narcotizzandolo con l’avere, il possedere, come l’acquisto compulsivo su Amazon.

«Don Ruggeri propone una strada praticabile: quella del discernente digitale. È la metafora del tempo maturo di quest’epoca: pensare a come si possa, al tempo del digitale, trovare lo spazio per il discernimento». Con queste parole Pier Cesare Rivoltella, docente all’Università Cattolica di Milano, introduce il suo libro edito con Il Pozzo di Giacobbe “Prete in clergyphone. Discernimento e formazione sacerdotale nelle relazioni digitali” (2018, pp. 151, euro 15). Secondo lei qual è la connessione tra discernimento, cura personalis, social network?

Discernere non significa, primariamente, decidere. Discernere chiede di distinguere. Esercitare il discernimento nella mia relazione con i social network, e la rete, significa abituarmi ad avvertire quali sentimenti si animano in me, da dove vengono e dove mi conducono. La cura personalis, dunque, è allenarmi a non vivere una vita che definisco da “randagismo digitale”, ovvero muovermi nella rete con scarsa consapevolezza, per vedermi trasformato interiormente e senza accorgermene. La non consapevolezza genera disordine, terreno dove le parole si incattiviscono, avvelenano. Con questi sentimenti impastati nel digitale, mi ritrovo a pregare, amare, parlare, vivere, non senza conseguenze (qui si può aprire la riflessione sulla mole di tempo che vivo ricurvo sullo schermo). Il discernimento non è la terapia, ma è la buona cura preventiva per ben orientarmi al bene, al meglio, nella consapevolezza che ciò che chiamo male non è mai né nelle cose, né nelle persone, né in Internet, ma nella qualità relazionale che vi instauro.

Da quanto lei afferma la cura personalis in Internet rappresenta la frontiera operativa su più versanti: teologia, pastorale, formazione nei seminari, nel presbiterio, istituti e congregazioni. Ci può accennare, don Ruggeri, tre punti concreti per esercitare la cura personale nelle mutazioni digitali?

Primo punto: cercare e trovare Dio in tutte le cose, Internet incluso, perché qui c’è la persona e la cura animarum si trasforma in cura personalis lì dove la persona abita, vive, soffre, gioisce. La rete non può essere più una sfida per la Chiesa, ma deve essere una scelta hic et nunc (penso, ad esempio, alla necessaria revisione del Direttorio delle comunicazioni sociali della Chiesa italiana di quindici anni fa). Secondo punto: per un giovane che si prepara al sacerdozio e una ragazza alla vita religiosa, il rapporto con quello che chiamo “pensiero mutante digitale” deve essere oggetto di confronto tra équipe educativa e candidati. Oggi non può essere marginalizzata la pervasività che esercita la forza del digitale nella persona che si dona a Dio, ma è bene strutturarla come materia nello studio teologico per chi sceglie di diventare sacerdote, suora, religioso. Terzo punto: Internet è una ricchezza, ma può impoverire la persona. Mettere in atto percorsi di formazione nelle diocesi, nelle congregazioni, nelle parrocchie parificando le dinamiche digitali — come importanza, investimento di forze, energie, persone — ai tria munera di catechesi, liturgia, carità. Internet non è un luogo, è lo spazio di pensiero, azione, movimento, scelta, decisione che ci vede tutti presenti. Non basta esserci, bisogna scegliere il come. Prendermi cura nell’abitarci e accompagnare le persone è la cura personalis dell’ospedale da campo additato da Bergoglio.

di Andrea Monda

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17 settembre 2019

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