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Nella preghiera la soluzione  alla crisi delle vocazioni

· L'attualità di sant'Annibale Maria Di Francia ·

C'è chi dice che i santi sono dei «fissati». Forse non a torto! Ricevuta un'illuminazione la difendono per tutta la vita. Sembrano strani, eppure la storia dà loro ragione. In un istante Dio rivela al loro cuore un'intuizione per il bene dell'umanità. È accaduto anche a sant'Annibale Maria Di Francia, fondatore dei rogazionisti e delle figlie del divino zelo, raffigurato in stampe e monumenti con in mano il Vangelo aperto alla pagina in cui Gesù dice: «Pregate ( Rogate ) dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe». Così appare anche nella statua scolpita da Giuseppe Ducrot che il Papa benedirà il 7 luglio all'esterno della basilica di San Pietro, vicino all'Arco delle Campane. È facile immaginare che, al di là dell'alto riconoscimento al carisma del Di Francia, questa statua, a poche settimane dalla fine dell'Anno sacerdotale e nel mezzo della bufera mediatica per lo scandalo di alcuni preti pedofili, contenga un importante significato.

Torna utile riflettere sulla vicenda umana e spirituale del Di Francia nell'attuale bisogno di modelli sacerdotali. Egli visse nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento quando l'Italia muoveva i primi passi come nazione e la Chiesa accusava le forti tensioni sociali, che sulla strada del processo unitario del Paese aveva sbaragliato le fila degli ecclesiastici. Svuotati i conventi con la soppressione degli ordini religiosi (1866), anche il clero diocesano fu investito da un'ondata di defezioni. A destare preoccupazione era la qualità dei sacerdoti non la quantità, perché all'inizio del Novecento se ne contavano 68.848, il doppio di oggi su una popolazione del 50 per cento inferiore all'attuale. E poi la crisi dei valori, gli interessi e la politica avevano reso il clero poco esemplare.

Si avvertiva, però, la necessità di un rinnovamento con santi sacerdoti che rivitalizzassero e riproponessero la grandezza della fede. Sacerdoti santi, uomini votati alla coerenza, all'onestà, alla giustizia! Questa la fissazione di Annibale Maria Di Francia, il cui merito è stato quello di avere intravisto la soluzione della crisi nella preghiera. L'illuminazione ricevuta da giovane gli aveva fatto capire che la preghiera per i «buoni operai» è volontà di Dio e ogni «chiamato» doveva farsela propria. «Bisogna essere noi buoni operai prima di impetrarli», diceva. Vivendo senza fratture il campo della fede e il raccolto delle opere, comprendeva sia il rischio d'una preghiera abbandonata a se stessa, disincarnata dalla realtà sociale, sia il pericolo di un impegno sociale del sacerdote che potesse trasformarsi in lotta di classe, in fattore di divisione, di odio, di conflitti sociali. Nel quartiere Avignone, il più povero materialmente e spiritualmente di Messina, il Di Francia riscattò gli ultimi dalla fame, dall'abbrutimento, dalla disperazione, diede un'educazione e assicurò un avvenire a migliaia di bambini raccolti dalla strada. Guardò prima di tutto alla salvezza della loro anima, riuscendo a essere sollecito nel toccare il cuore dei poveri e degli orfani in modo analogo a quello dei ricchi, degli indifferenti, degli avversari della Chiesa. Alla sua epoca un prete che si metteva dalla parte dei deboli, specialmente se di origine nobile, doveva accettare di non essere capito dai suoi confratelli e poi di potere fare molto poco, considerando la vastità dei problemi da affrontare. Padre Annibale superò ogni difficoltà con una fede granitica che gli permetteva di vedere Gesù negli occhi sgomenti dei poveri e degli orfani.

Gli atti processuali dell'iter di beatificazione lo definiscono un contemplativo nell'azione. Di fatto la chiave per capire il suo apostolato è la preghiera. «Fate tutto con la preghiera», diceva ai suoi religiosi e alle suore. Una preghiera che diventava anche richiesta pressante di vocazioni. «Si fanno preghiere per la pioggia — scriveva — per le buone annate, per la liberazione dai divini flagelli, e per cento argomenti umani e si tralascia di pregare il sommo Dio perché mandi i buoni operai evangelici alla mistica messe». La preghiera doveva, dunque, costituire il cardine della pastorale delle vocazioni. Ciò significava anche fare della vocazione l'oggetto di un esame critico, storico.

Per il Di Francia la vocazione è un dono assoluto di Dio, ma anche una conquista dell'uomo, perché pregando si può progettare la vita con disponibilità totale alla grazia. Ogni uomo è chiamato a vivere in vocazione secondo il suo stato, autocostruendosi come chiamato e collaborando alla dilatazione del Regno di Dio. La vocazione sacerdotale ha, però, in un certo senso il primato sulle altre in quanto è chiamata a un'assimilazione unica e privilegiata all'opera di Cristo, e pertanto è necessaria alla salvezza. Il Di Francia insisteva che i sacerdoti s'innamorassero di Cristo, perché solo così potevano farsi servitori di tutti.

Se ora una nicchia della basilica vaticana è riservata a sant'Annibale Maria Di Francia è perché anche dal marmo egli continui a parlare a questa società caratterizzata dall'indifferentismo, dal relativismo, dall'agnosticismo; a questa Chiesa attraversata da prove interne ed esterne, che hanno assunto «carattere di vere e proprie persecuzioni», come ha detto Benedetto XVI nella festa dei santi Pietro e Paolo. L'urgenza di avere sacerdoti santi oggi non è diversa da quella che avvertì sant'Annibale ai suoi tempi e che seppe trasformare in preghiera: «Manda, Signore, un sacerdote puro, casto, illibato, semplice, mansueto, sobrio, giusto, prudente, pieno di Spirito Santo, di misericordia, di fortezza, di costanza, di scienza dei santi e di ogni dottrina ecclesiastica e letteraria per adempiere nel modo più degno il suo sublime ministero».

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