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​Nella mente
del trafficante

· «Io Kaled vendo uomini e sono innocente», opera prima di Francesca Mannocchi ·

Un barcone carico di migranti nel Mediterraneo

«La senti la mia voce, signor Khaled, ti ricordi chi sono? Ti ricordi chi ero? Sono Fouzieh, la siriana di Homs. Mi hai mandata a morire». «Smettila di torturarmi il sonno, crudele di una siriana. Non ne posso più di sentirti gridare “Aiuto, aiuto” e “Salvatemi, salvatemi”. Sono tre anni che gridi aiuto, sono stanco della tua voce che mi opprime e mi perseguita. Sei morta, donna. Morta. Affogata nel mare libico. Lo sapevi che in mare si può morire. Lo sanno tutti che in mare si può morire». 
In un anfratto della sua coscienza qualche rimorso deve pur averlo Khaled, nonostante continui a ripetere, soprattutto a se stesso, di non provare più niente per quei morti, “solo fastidio”. Il protagonista del primo romanzo di Francesca Mannocchi — Io Khaled vendo uomini e sono innocente (Torino, Einaudi, 2019, pagine 199, euro 17) — evidentemente non ha dimenticato le grida disperate di Fouzieh; forse non ha dimenticato del tutto neppure quelle degli altri annegati. Lui, Khaled, sulle spiagge della Libia riempie fatiscenti barconi di migranti africani e mediorientali che cercano un futuro al di là del Mediterraneo. Non gli importa se il carico qualche volta non arriva. L’incasso non è alla consegna. 
È un’opera di finzione quella scritta da Mannocchi, giornalista che ha realizzato reportage in Iraq, Libano, Siria, Afghanistan, Egitto e Tunisia, ma allo stesso tempo è il frutto di anni di inchieste sul traffico di migranti, con le testimonianze di carcerieri, scafisti e sopravvissuti a quell’inferno. E Khaled, ex combattente delle milizie di Misurata durante la rivoluzione che rovesciò Gheddafi, è il prototipo del trafficante di uomini. Nei suoi viaggi l’autrice lo ha incontrato, nella realtà ha un altro nome, ma la sua storia — nella quale ha fatto confluire altre vite simili — è in queste pagine. Attraverso lui vuole raccontarci non solo la tragedia delle migrazioni, ma anche la Libia di oggi. 
La reporter ci rivela come e perché Khaled è diventato ciò che è. Lo ascoltiamo raccontarci la sua vita: l’infanzia sotto la dittatura, l’entusiasmo giovanile della rivoluzione in cui ha perso il fratello maggiore — il suo idolo — ma anche la disillusione di non essere riusciti a cambiare nulla e di ritrovarsi in un paese nel caos, quindi la scelta di far soldi sfruttando la disperazione di chi fugge da carestie e guerre. Può apparire spiazzante questo racconto dalla parte di un cattivo. Ma il cambio di prospettiva permette di comprendere meglio il contesto. Comprendere, ma non giustificare, anche se nel libro non c’è nessun giudizio morale. Quello è lasciato al lettore, al quale non viene risparmiato nulla dell’orrore vissuto dalle vittime, così come nessuna delle crudeltà dei trafficanti. Perché Mannocchi ci porta in quella zona grigia in cui i confini tra lecito e illecito si confondono, dove è facile trovare un migrante che, nonostante tutto, ringrazia il Khaled di turno per avergli dato un’altra possibilità di vita. Una luogo in cui anche i cattivi per un istante possono apparire buoni, trasformandosi da aguzzini in benefattori. 
Pagina dopo pagina si entra nella mente di un trafficante: lo si segue quando rinchiude degli esseri umani per mesi in celle buie, sporche e sovraffollate; si sente che cosa prova quando li ammassa a centinaia in scafi malridotti, per lo più senza salvagenti, sapendo che potrebbero morire, comprese le donne e i bambini. E si ascoltano le sue giustificazioni. «Uscivamo dalla rivoluzione. Pensavo che la fuga per gli africani, i camion che attraversano centinaia di chilometri di sabbia, i barconi o i gommoni, fossero un modo di bussare alla porta del mondo ricco e chiedere la propria fetta di torta. Come avevamo fatto noi rivoluzionari. Volevamo la nostra fetta di torta. Oggi no, non lo penso più. Non penso più che cambieremo questo paese. E non penso che gli africani cambieranno il loro futuro», racconta Khaled, per il quale oggi è tutto più semplice: «Loro vogliono scappare, e io li faccio scappare. È un accordo che serve a entrambi». 
Ma non è un accordo recente. Lo spiega Husen il ciccione, anch’egli ex combattente, il più cinico e mostruoso di tutti, l’uomo che ha introdotto Khaled nel giro dei trafficanti. A lui tocca dire una delle verità del racconto: «Trasporto merci in Europa», racconta. «Faccio quello che facevo prima, ragazzo, ti ricordi no? Quando Gheddafi voleva far diventare l’Europa nera e ci faceva spedire i barconi di africani. Non era una minaccia, era una profezia. Faccio partire i barconi anche ora, ma sono io il padrone». Ma adesso, gli farà eco più tardi l’ex apprendista dicendo un’altra verità, dall’altra parte del mare nessuno ha davvero intenzione di fermarli. «Perché — spiega — hanno bisogno che teniamo i negri qui, ma domani avranno bisogno di vedere i gommoni arrivare». 
Fa la gavetta Khaled, lavorando per Husen. Ed è una discesa negli inferi, tra penose detenzioni, torture, stupri, partorienti che muoiono insieme ai loro neonati. E poi le selezioni durante gli imbarchi tra chi può anche morire (gli africani, i pakistani) e chi può sopravvivere (i siriani soprattutto, perché pagano di più, e gli eritrei, anche con loro si fanno buoni affari). Quindi i primi morti annegati, i corpi gonfi restituiti dal mare. «Ero giovane, non resistevo come oggi», dice Khaled. Perché col tempo ci si abitua anche all’orrore.
Prima gli «piaceva l’idea di tenere i migranti sulle spine e sentire le storie patetiche che avevano da raccontare», ricorda il trafficante. Ma ora gli sono indifferenti. A scuoterlo non c’è più nessuno. Non c’è Jon, nigeriano, tredici anni, che da una cella stracolma e nauseabonda gli racconta il terribile viaggio attraverso il deserto e gli chiede aiuto per un compagno di sventura malato. E non c’è più neppure Yohannes, costretto ad assistere allo stupro della moglie e per il quale aveva provato un barlume di compassione: gli aveva promesso, se fossero morti in mare, di leggere per telefono alla suocera una lettera per il figlio rimasto con lei in Eritrea. Da allora Khaled conserva la lettera in macchina, ma non ha mai chiamato: «Sono vivi, per quel che ne so». Ora è più duro Khaled: «Posso mordermi il cuore senza sentire nulla. Posso vederli piangere, gridare, sanguinare, attaccarsi alle mie caviglie per una tanica d’acqua in più, pregare in ginocchio per un salvagente, morirmi davanti agli occhi. Non sento nulla. Sono salvo». 
Voleva studiare, Khaled, diventare ingegnere. Le cose sono andate diversamente. E si sente quasi un eroe, perché in quel caos che è la Libia del dopo Gheddafi ha avuto il coraggio di non lasciare la sua terra nonostante le armi, la corruzione, la paura. Ha solo fatto la sua scelta tra le due uniche opzioni per lui possibili: la corruzione di un ufficio pubblico e l’illegalità della strada. 
«Ci chiamano mercanti della morte, immigrazione clandestina la chiamano. Io sono la sola cosa legale di questo paese. Prendo ciò che è mio, pago a tutti la loro parte. E anche il mare, anche il mare si tiene una parte della mia mercanzia», dice Khaled, che alla fine si autoassolve, ammettendo la sua colpa ma gridando la sua innocenza. E rivendicando il suo coraggio. «Rimango sul limite. Chi vuole attraversarlo verrà da me, che il prezzo lo pago restando».
Ma Fouzieh va da lui quasi ogni notte, con il piccolo Bilal che non sa nuotare e non ha il salvagente, a ricordargli che uomo è. E Francesca Mannocchi — che ha scritto un racconto straziante, sbattendoci in faccia verità devastanti e scomode — forse vorrebbe che qualche volta “la siriana di Homs”, con il suo bambino, venisse a turbare anche i nostri sonni. Per rammentarci che cosa accade sull’altra sponda del Mediterraneo.

di Gaetano Vallini

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20 luglio 2019

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