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Nella logica
della fratellanza umana

· Due giornate di lavori ·

Arte, dialogo tra le religioni monoteiste, spiritualità ignaziana e storia della Chiesa sono stati i temi portanti delle relazioni presentate venerdì mattina, 21 giugno, alla presenza del Papa.

Jean-Paul Hernandez e Giorgio Agnisola, entrambi della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale (Pftim), hanno evidenziato come una strada percorribile nella direzione dell’incontro tra culture e religioni sia data dall’arte: «Ecco dunque un reale punto di partenza per parlare di dialogo nel Mediterraneo: perseguire una concreta e profonda conoscenza dei popoli che si affacciano sul mare nostrum attraverso le arti. Attraverso di esse ci si accorge non solo che le differenze sono ricchezza e che tale ricchezza è insita nelle opere, ma soprattutto che l’arte è stata da sempre uno dei luoghi privilegiati della condivisione».

Sihem Djebbi, della SciencesPo di Parigi, ha proposto un’analisi dell’importanza del dialogo interreligioso all’interno dei rapporti politici e diplomatici nel mondo arabo-musulmano. Alla studiosa ha fatto seguito Meir Bar Asher, dell’Hebrew University di Gerusalemme, il quale sottolineando il valore del Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi, ha contestato la vulgata di un islam come civiltà violenta e ha invece richiamato quella di una religione che, Corano alla mano, ha avuto nel corso della storia atteggiamenti di tolleranza e di dialogo verso l’altro.

Tra le vie da seguire, Francisco Ramírez Fueyo dell’Universidad Pontificia Comillas, Madrid, si è soffermato sull’importanza del “discernimento”, sul riconoscimento e l’accettazione delle polarità. Suggerimenti pratici per un rinnovamento della formazione teologica alla luce della Veritatis gaudium sono stati portati da Sergio Tanzarella e da Anna Canfora, entrambi della Pftim. Si va dalla valorizzazione della storia («perché è sul pregiudizio e sulla mistificazione storica che poggiano le guerre, le intolleranze e le persecuzioni») all’impegno per una teologia per la pace e per la nonviolenza, dall’importanza della declericalizzazione dello studio, a quella del ruolo delle donne.

Le migrazioni, pietra d’inciampo dei nostri tempi, il difficile rapporto tra le culture, le tante emarginazioni e scarti della società, il dialogo fra le religioni per la costruzione di un mondo basato sulla fratellanza: a Posillipo, il convegno aveva preso le mosse il giorno precedente, giovedì 20, con le relazioni dedicate, preliminarmente, a un’analisi della complessità e delle contraddizioni che caratterizzano la realtà del Mediterraneo. Un contesto, è stato sottolineato nell’introduzione, che «può essere anche compreso come luogo teologico» nel quale, attraverso il confronto tra persone di diverse tradizioni religiose e culturali, si impegna l’attività missionaria della Chiesa. Prima criticità evidente nel Mediterraneo è oggi quella delle migrazioni. Migranti che si presentano come pietra d’inciampo; fanno emergere, loro malgrado, le grandi contraddizioni della storia, ed evidenziano con la loro presenza le incapacità dei politici e di una società in cui le merci hanno libertà di circolazione, ma le persone no. Ma le migrazioni possono essere lette anche come un vero e proprio segno dei tempi, un evento cioè che contribuisce alla crescita dell’autocoscienza dell’umanità. E, in tal senso, le migrazioni sono un’occasione preziosa agli occhi degli uomini di buona volontà per un grande esame di coscienza.

Sul tema dell’interculturalità e della fraternità umana è stato sottolineato come nessun uomo (e nessuna identità culturale) possa riconoscersi senza l’altro: allo stesso modo, ogni cultura e ogni religione vive e si esprime e si realizza grazie al riconoscimento dell’altro. E ogni riconoscimento è già sempre una forma di riconoscenza verso l’altro. Lungo questo solco vanno gettati i semi dell’ascolto per cercare di superare, come già suggerito dal Vaticano II, la frattura tra teologia e pastorale, tra fede e vita. La via è allora quella del radicamento nell’ascolto della Parola e del grido degli esclusi. Ascoltare la Parola non può mai significare allontanarsi dalla realtà, deve invece portare a un movimento in uscita verso le periferie geografiche ed esistenziali. La teologia dovrebbe così contemplare una “cattedra dei poveri”, che assuma un cambiamento radicale nel modo di guardare il mondo, per cui si scopre che quelli che non stanno in cattedra hanno tante cose da insegnare.

Ecco allora che il Mediterraneo è e può essere luogo di dialogo. Il dialogo è anzi ciò di cui il Mediterraneo ha bisogno per ritrovarsi come mare nostrum, non di questa o di quella potenza da difendere con i denti rispetto alla minaccia di presunti “invasori”, ma mare humanum in cui respirare il senso di una comune umanità. Dialogo che può alimentarsi nella fede, come spiega la Dichiarazione di Abu Dhabi, in cui colpisce il fatto che il punto di partenza non sia l’analisi sconsolata della violenza crescente, la lucida diagnosi dei rischi che si corrono, ma quella fede che fa riconoscere gli uomini fratelli e li rende capaci di imparare gli uni dagli altri in un comune cammino. A tale riguardo il documento di Abu Dhabi segna un punto di svolta radicale nel riconoscere al dialogo un ruolo costitutivo (non limitato al confronto su specifici temi), di ogni fede religiosa, in una logica di fratellanza, capace di superare sia l’idea che la conflittualità sia inevitabile, sia ogni pretesa di superiorità ideologica, politica, religiosa degli uni sugli altri. Tutto ciò richiede un cambio di passo nella formazione teologica. Quel cambio di passo auspicato dalla Veritatis gaudium e per il quale — è stato notato — non si possono trattare gli studenti «come utenti passivi e puramente recettivi». La teologia, tramite un metodo dialogico, deve attivare lo studente con tutte le sue forze, facoltà e responsabilità. (maurizio fontana)

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