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Nella Gerusalemme d’Europa

· ​Il viaggio del Papa a Sarajevo nell’intervista del Ctv al segretario di Stato ·

Incoraggiare i fedeli cattolici che vivono in Bosnia ed Erzegovina; suscitare fermenti di bene in quella terra; promuovere l’amicizia, la fraternità, il dialogo e la pace. Sono questi, secondo il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, i tre motivi alla base del viaggio di Papa Francesco a Sarajevo, in programma sabato 6 giugno. Il porporato li ha indicati nell’intervista rilasciata al Centro televisivo vaticano alla vigilia della partenza.

Alyse Radenovic, «Sarajevo» (2014)

Nel rispondere alle domande di Barbara Castelli, il cardinale si è soffermato anzitutto sul logo e sul motto dell’ottavo viaggio internazionale del pontificato «La pace sia con voi». «Nel logo — ha spiegato — vediamo una colomba, che tiene nel becco il ramoscello della pace; poi c’è la croce, che al suo interno ha un triangolo, che richiama in modo stilizzato i confini della Bosnia; i colori sono quelli della bandiera del Paese; e poi c’è un richiamo anche alla comunità cattolica, che è composta in maggioranza da croati. E il motto è il saluto di Gesù risorto ai suoi apostoli. Il Papa va in quella che Giovanni Paolo ii ha definito la “Gerusalemme d’Europa” come pellegrino di dialogo e di pace».

Interpellato poi sulle condizioni attuali del Paese che accoglie il Pontefice, il cardinale Parolin ha dapprima ricordato «le conseguenze della guerra che ha interessato la Bosnia e l’Erzegovina», con «più di centomila morti e tantissime persone che hanno dovuto lasciare la propria casa, come sfollati e rifugiati». Quindi, attualizzando il discorso, ha sottolineato che «le conseguenze della guerra si sono fatte sentire soprattutto sulla comunità cattolica, che praticamente — dagli inizi degli anni Novanta a oggi — si è quasi dimezzata, da ottocento a quattrocento mila persone». Al punto che, ha fatto notare, «ormai in alcune parrocchie non restano che poche famiglie, e soprattutto anziani». Inoltre «oggi si registra una forte migrazione, soprattutto dei giovani, causata dalla disoccupazione, dalla mancanza di lavoro e dalla ricerca di prospettive migliori in altri ambienti. E poi c’è anche un generale calo demografico, che colpisce la comunità cattolica».

Infine il porporato ha evidenziato la «complessità nella struttura politica del Paese, che si manifesta nella convivenza di tre etnie costitutive: quella dei bosniaci, quella dei serbi e quella dei croati e che — a livello di strutture — si esprime attraverso la convivenza di tre realtà che sono da una parte la Federazione bosniaca, la Repubblica Srpska e il distretto di Brčko».

Ed è proprio partendo da questo complesso scenario che il segretario di Stato ha affermato «la necessità di realizzare una sostanziale uguaglianza tra tutti i cittadini e tra tutte le fasce sociali, culturali e politiche che compongono il Paese, in modo tale che tutti si sentano a pieno titolo cittadini con la loro identità specifica, indipendentemente dal numero». Si tratta, ha aggiunto, di «una condizione, che potrà senz’altro aiutare la pace. E naturalmente questo, con l’aiuto della comunità internazionale, che è presente nel Paese, potrà favorire anche le naturali aspirazioni della Bosnia ed Erzegovina di integrarsi nell’Unione europea. In questo senso potrebbe diventare un esempio anche per quelle tante situazioni che oggi esistono nel mondo dove non si riesce a coniugare e ad accettare le diversità, che diventano motivo di conflitto e di contrasto e di contrapposizione, invece che di ricchezza reciproca».

Da qui l’auspicio conclusivo che la visita del Papa a Sarajevo «non solo contribuisca al bene e al miglioramento in quel Paese, ma che sia anche un invito a tutti gli uomini e a tutti i Paesi a ritrovare le ragioni della pace, della riconciliazione e del progresso, umano, spirituale e materiale».

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