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Nella generazione dei cattolici di confine

· Il liberalismo religioso di Francesco Ruffini ·

Nessuno si era finora cimentato in una biografia intellettuale a tutto tondo di Francesco Ruffini. Circolavano — è vero — alcuni profili strettamente biografici e circostanziate analisi di aspetti rilevanti della sua produzione scientifica e della sua attività politica. Si era spesso ricordato, anche negli ultimi anni, il “gran rifiuto” del 1931, ma esso è il risultato non casuale di un lungo itinerario che va studiato nei suoi snodi fondamentali, senza buttarla sul piano fatalmente retorico della “moralità” personale e/o ambientale. 

Busto di Francesco Ruffini  presso il rettorato dell’università di Torino

La difficoltà principale stava nel carattere poliedrico della sua personalità: giurista e storico del diritto, studioso dei rapporti fra Stato e Chiesa e docente di diritto ecclesiastico, storico della cultura occidentale nel suo frutto forse più alto (la libertà religiosa), cultore della storia dell’Italia ottocentesca nei suoi nessi con la grande cultura europea. E al tempo stesso, uomo di punta dell’establishment accademico nazionale, rettore dell’università di Torino, attivo nella politica cittadina dell’ex capitale, senatore del Regno e ministro dell’Istruzione pubblica negli anni della grande guerra. Infine, nel dopoguerra, rappresentante italiano negli organismi internazionali nati in collegamento con la Società delle Nazioni e poi esponente di quell’“opposizione interna” al fascismo, alla quale si deve principalmente se alcuni temi estranei all’ideologia del regime abbiano continuato a circolare, a diversi livelli, nella società italiana.
Non era facile riprodurre la cultura, la “mente” di Ruffini: bisognava non indietreggiare di fronte a sottili problemi di tecnica giuridica, comprendere perché questioni oggi morte e sepolte poterono tanto appassionare e dividere le prime generazioni della nuova Italia, ricostruire una personalità che riusciva ancora a tenere insieme elementi (religiosità e laicità, storia e diritto, letteratura e “cultura positiva”, onorabilità “borghese” e anticonformismo politico), che poi, nelle vicende del Novecento, hanno preso strade spesso opposte. E oltre a ciò, avere chiari i grandi quadri della storia italiana ed europea fra il 1870 e i primi anni Trenta e sapersi muovere fra i temi fondamentali della cultura letteraria, storica e giuridica di quell’età.
Frangioni ha affrontato (con sostanziale successo) questa difficile sfida, perché mosso da un problema storico e politico, non da mere ragioni di titolografia accademica. Lo dichiara apertamente: la personalità di Ruffini lo ha attratto «come momento del complesso rapporto del liberalismo con il “religioso” (e, in particolare, per l’Europa, con la ricca eredità cristiana), un rapporto segnato, da un lato, dall’insopprimibile affermazione dell’autonomia individuale e, dall’altro lato, dalla percezione della necessità, per il pensiero liberale, di presupposti taciti rinvenibili nel concetto di dignità umana e nel valore infinito di ogni singola esistenza».
Come chi senta nostalgia per una patria lasciata per sempre e al tempo stesso sia consapevole di non potervi più fare ritorno, così Ruffini e molti della sua generazione avvertirono il problema del rapporto con la religione dei padri, che poi era spesso quella delle madri. Si rassegnarono a mettersela alle spalle, ma cercarono al tempo stesso di tradurne la sostanza umana e gli orientamenti morali in interessi culturali e scelte politiche. Furono coerentemente ostili a ogni forma di clericalismo e a ogni tentativo di prevaricazione ecclesiastica, ma continuarono ad avvertire qualcosa di maestoso e di rispettabile (pur nell’alterità) nella compattezza e nella longevità della Chiesa cattolica del loro tempo.
In Ruffini era ritornante la metafora dell’albero: la Chiesa non è come quegli alberelli domestici che si fissano a un muro e hanno bisogno di una spalliera, ma come quelli che si ergono «frondosi, nodosi e annosi», «immensi e tenaci aggrovigli di prodotti, per età e per natura svariatissimi».
Chi così scriveva aveva alle spalle due giganti della cultura europea dell’Ottocento: Renan e Sainte-Beuve. Entrambi erano stati liberi pensatori, anzi talora (a differenza di Ruffini) esprits forts: entrambi avevano polemizzato contro i grandi rappresentanti del cattolicesimo francese loro contemporaneo, fossero essi ultramontani o liberali; entrambi furono oggetti di attacchi furibondi da parte loro. Ma il primo aveva concluso che Gesù di Nazareth era stato «un homme incomparable», che «il ne fut pas un fondateur de dogmes (...), c’est l’initiateur du monde à un esprit nouveau» e che aveva fatto compiere all’umanità «le plus grand pas vers le divin». Il secondo era stato straordinario indagatore di anime e di ambienti religiosi, come quelli tenaci e austeri del monastero di Port-Royal.
Non la pensarono diversamente, in Italia, Luigi Luzzatti o Gaetano Negri, Ruggiero Bonghi o Marco Minghetti, esponenti di «un minoritario liberalismo morale, spiritualista, a sfondo religioso ma non confessionale — come scrive bene Frangioni — che aveva letto, oltre a Vie de Jésus di Renan, gli scritti di Lord Acton e di Newman; che aveva il suo referente politico europeo in Gladstone; che si trovava a disagio sia per il Sillabo e il dogma dell’infallibilità papale proclamati da Pio ix sia per la dominante cultura positivista». Con loro, erano variamente in contatto taluni cattolici di confine, eredi del cattolicesimo liberale di metà Ottocento, rosminiani e conciliatoristi, come Fogazzaro e il mondo della fiorentina «Rassegna Nazionale».

Ruffini partecipa variamente a questa cultura e la “traghetta” fino agli anni Trenta del Novecento. Essa era basata sulla “giustapposizione” di elementi in fondo inconciliabili, piuttosto che sul superamento dialettico della religione nella filosofia, la famosa hegeliana Aufhebung, a cui variamente ritornano Croce e Gentile: non a caso i due filosofi la accusarono ripetutamente di eclettismo e di spiritualismo. Ammesso che sia stata filosoficamente debole, da un punto di vista culturale essa risulta invece assai ricca di fermenti e di intuizioni: un’indagine sulla libertà religiosa come quella di Ruffini (e, prima, di Luzzatti) poteva nascere solo al suo interno, dal suo — se così si può dire — “individualismo religioso”. Ma credo che le si debba riconoscere un posto maggiore di quanto viene fatto di solito anche in una storia complessiva del liberalismo italiano.

di Roberto Pertici

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26 marzo 2019

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