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La fragilità di Dio

· Un tema audace per la teologia ·

Il passo di 1 Corinzi 1,25 – «Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» – ha sempre procurato, tanto lungo i secoli come nel tempo presente, lo stesso inesauribile stupore. L’apostolo vi affronta nientemeno che lo sconcertante tema della fragilità di Dio. E lo fa in un modo indimenticabile.
Non mancano le traduzioni che tentano di occultare la difficoltà, cercando di mascherarne la scomodità con circonlocuzioni e sintassi escogitate appunto per sfuggire al linguaggio della «stoltezza di Dio» o della «debolezza di Dio», preferendogli un dispositivo moderatore: «quello che gli uomini credono essere stoltezza», «ciò che è ritenuto debolezza». 

Salvador Dalí, «Il Cristo di san Juan de la Cruz» (1951)

Il punto è che la letteralità di 1 Corinzi 1,25 solleva molte questioni disturbanti. Uno dei commenti classici di questo passo è quello di Teodoto di Ancira, un teologo del v secolo che così riassume l’inquietudine che san Paolo qui suscita: «Ma come può essere fragile i creatore dei cieli? Quale fragilità può essere quella che con una sol parola creò tutte le cose? Che cos’è la fragilità di Dio?» (cfr. Omelie cristologiche e mariane, 1992). Più avanti, lo stesso Teodoto indicherà una risposta: Dio è fragile perché «prese su di sé le mie fragilità, mettendo fine alle nostre fragilità». Ogni volta che torniamo al testo, però le domande si ripresentano.
Il testo del versetto 1,25 è naturalmente inserito in un contesto. Questo abbraccia una prima grande unità letteraria che corrisponde ai primi quattro capitoli iniziali (1,10-4,21) della Prima Lettera ai Corinzi. Un marcatore dell’unità di questa ampia esortazione che apre la missiva è il verbo parakaló (esorto) che appare all’inizio (1,10) e quasi alla fine della sezione (4,16). Muovendo da qui, possiamo dire che il tono del discorso, non a caso ben strutturato, riflette una preoccupazione pratica e pastorale, quella che certamente spinse Paolo a scrivere l’insieme dell’epistola. Ora, la grande unità letteraria formata da 1,10-4,21 comprende diverse sezioni. Ed esiste un consenso nel situare il nostro passo di 1 Corinzi 1,25 nella seconda sezione.
Dopo aver affrontato, in una prima tappa, i conflitti e le divisioni in seno alla comunità di Corinto, l’apostolo passa a sviluppare un altro tòpos, che il versetto 18 sintetizza alla perfezione: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio». I due termini, parola (lògos) e croce, messi in risalto, stanno in evidente rapporto con l’espressione finale «potenza di Dio», così come si trovano pure reciprocamente collegati tra loro «stoltezza» e «quelli che si perdono». È per questo che Paolo parlerà di stoltezza e sapienza, di debolezza e di forza.
C’è ancora da dire che 1 Corinzi 1,25 rientra nella sottosezione 1,18-25, che tratta della stoltezza e della debolezza della croce come di sapienza e forza di Dio. Con un gesto perentorio, l’apostolo affronta lo scandalo del Messia crocifisso. E introduce nel discorso una novità decisiva: la croce non è un’assurdità, è invece un linguaggio di rottura che ri-inaugura la rivelazione di Dio. La croce abbatte, come dice Christophe Senft, gli edifici della conoscenza della verità religiosa che erano in vigore fino a Gesù, fossero essi pagani o giudaici. Possiamo dire che 1 Corinzi 1,25 è il coronamento dell’argomentazione di questa sottosezione.
La stoltezza e la debolezza sono relative all’evento stesso della croce, e reinterpretano la nostra conoscenza circa la sapienza e la forza di Dio. La stoltezza e la fragilità sono il nuovo regime della teofania, una nuova grammatica del divino cui è necessario ottemperare. L’ostinata focalizzazione di Paolo sulla croce è ben suggerita in questo versetto 25, ma in una forma che le traduzioni hanno qualche difficoltà a rendere. I termini stoltezza e fragilità non sono sostantivi astratti, bensì aggettivi ancorati al concreto. E, nell’attuale contesto, è l’intera umanità (e non questo o quel popolo) a trovarsi davanti all’azione di Dio che si manifesta in Gesù Cristo crocifisso.
Quanto alla caratterizzazione stilistica, pare accettabile la tesi di Raymond F. Collins (First Corinthians, 1999) che evidenzia il ricorrere della figura della litote, la quale esprime retoricamente un’idea attraverso il suo contrario, e che apre così a una semantica di secondo livello. Dicendo la fragilità di Dio, Paolo sta paradossalmente affermandone la forza. Ma è importante cogliere che in questo versetto 25 non abbiamo semplicemente un tour de force retorico. È la sottolineatura, come afferma Richard B. Hays, di «un punto teologico fondamentale» del vangelo di Paolo: il modo in cui la croce stessa, in quanto evento salvifico nel quale Dio si rivela, decostruisce le aspettative umane.
Il messaggio della croce confonde tanto i giudei come i greci, che attendono segni credibili di potere o argomenti persuasivi di sapienza. Il Messia potrebbe essere semplicemente un «profeta potente in opere e in parole» (Luca 24,19) che distribuisce prove soprannaturali del favore di Dio. O, in stile ellenico, un saggio maestro di verità filosofi che. L’apostolo, invece, in questa direzione non ha nulla da offrire loro. Li pone semplicemente davanti al «Messia crocifisso» (I Corinzi 1,23).
Dio decostruisce in tal modo ciò che sembravano essere le aspettative e i criteri consolidati nei riguardi del suo agire. E il suo Messia lo rivelerà a rovescio — un rovescio che incessantemente ci disarma — quando morrà come un criminale sconfitto dal castigo della croce. La convivenza routinaria con il linguaggio di Paolo (che pure è un linguaggio teso, trasparente ed eccessivo, come egli stesso è) ha forse attenuato in noi lo scandalo di questo messaggio. Non dimentichiamolo, però: proclamare un Messia crocifisso è inscenare il teatro dell’assurdo, è spostare agli antipodi il quadro delle convenzioni su Dio, è abitare il brivido e lo sconcerto. Gli orecchi mediterranei che ascoltavano Paolo sapevano bene che cosa una crocifissione significasse. Tutti la comprendevano come una punizione estrema e macabra che i romani somministravano come castigo esemplare, inflitto soprattutto agli agitatori e ribelli che mettessero in discussione la pax romana. Era insomma una forma pubblica di tortura e di sterminio per garantirsi che nessuno osasse, anche solo per lo speciale orrore che essa ispirava, sfidare il potere costituito.
Il tòpos della fragilità di Dio è, per molte ragioni, un motivo delicato, per non dire di carattere inaudito. Le riserve e le attenuazioni che storicamente hanno accompagnato la recezione del nostro versetto dicono appunto questo. Ma c’è una duplice questione che s’impone allorché si legge 1 Corinzi 1,25 con questo proposito: come Paolo è giunto a questo arrischiato tòpos della fragilità di Dio?; in questo versetto la fragilità di Dio è da Paolo realmente affrontata oppure essa fa un’apparizione puramente strumentale nello sviluppo argomentativo di un’altra questione più assonante con la teologia tradizionale (la questione della potenza di Dio, per esempio)?

di Jose Tolentino Mendonca

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12 dicembre 2019

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