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Nella dignità della persona
il futuro dell’Africa

· Bruno Marie Duffé presenta il dicastero per lo sviluppo umano all’Amecea ·

Una paziente e articolata tela di comunicazione, informazione e coinvolgimento: è quella che il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale sta tessendo in tutto il mondo, andando a incontrare le conferenze episcopali per spiegare e condividere la propria attività. In questi giorni al centro dell’attenzione c’è l’Africa, con la diciannovesima assemblea plenaria dell’Amecea — l’associazione che riunisce i membri delle conferenze episcopali della parte orientale del continente — in corso ad Addis Abeba fino al 23 luglio. 

E proprio nel pieno dei lavori il Dicastero vaticano ha organizzato un’intera giornata introdotta dall’intervento del segretario, monsignor Bruno Marie Duffé. È stata l’occasione per declinare nella realtà africana i contenuti, gli appelli e gli insegnamenti dell’enciclica Laudato si’ e della dottrina sociale della Chiesa. «Il centro di tutto — dice il sacerdote francese in questa intervista all’Osservatore Romano — è la dignità della persona: è attorno a essa che l’Africa, terra da secoli ferita dalla violenza e dallo sfruttamento irresponsabile e criminale delle risorse naturali e umane, dalla corruzione, dalle lotte di potere, potrà costruire un futuro. E la dignità è rispettata veramente solo in una prospettiva integrale, che abbraccia in un unico vincolo l’uomo, la natura, la comunità e il creatore».

Come si inserisce il concetto di sviluppo umano integrale nel concreto dell’azione della Chiesa in Africa?

Nel contesto africano la dignità è contemporaneamente una memoria della comunità — che si esprime attraverso le culture, la vita condivisa, il sentimento religioso e la solidarietà tra i membri della famiglia allargata — ma anche una speranza di poter donare ai più giovani l’educazione e la possibilità di assumersi la responsabilità dell’avvenire del gruppo e dell’etnia. E la pastorale deve incidere su questi due livelli, confrontandosi con le emergenze più rilevanti. La riflessione sulla violenza ad esempio, che ha avuto un posto importante nei lavori dell’Amecea, ha evidenziato che finché questa dimensione essenziale della dignità umana non è rispettata, si apre la via a conflitti sociali, politici e inter-etnici. Lo sviluppo umano integrale, nel contesto africano, appare allora come l’alternativa alle derive che nascono dagli abusi di potere, dalla corruzione e dalla cecità dovute alla sola ricerca di possesso e di controllo. Anche la Chiesa deve convertirsi a questa integralità: educare al rispetto di tutta la persona e di tutte le persone senza discriminazioni.

Quali sono state le risposte dei vescovi dell’Africa orientale?

Essi portano sulle loro spalle le sofferenze e le speranze delle persone, sono direttamente coinvolti dalle urgenze che vivono gli uomini e le donne delle loro comunità: accesso all’acqua potabile; cibo sano; educazione; sanità; giustizia; diritti e pace. Sanno che l’azione è così necessaria, e così vasta, da poter sfiancare chi vi si doni totalmente. Perciò la loro preoccupazione è anche quella di mantenere un buon equilibrio tra azione sociale e dimensione spirituale di annuncio del Vangelo. Una seconda preoccupazione pastorale è quella di poter offrire ai più poveri sostegno, risorse, educazione e speranza. Il divario tra ricchi e poveri, in Africa e ovunque nel mondo, sta crescendo, e questa ineguaglianza alimenta la violenza, il radicalismo, il terrorismo e la disperazione. In terzo luogo, i pastori sono preoccupati per i giovani, legati a mezzi di comunicazione sociale che uniformano i loro comportamenti e li portano a uno sradicamento dalla propria storia e cultura. I vescovi, in definitiva, hanno bisogno di essere sostenuti: è essenziale che tutti gli agenti della solidarietà possano operare e lavorare insieme per contribuire allo sviluppo e alla crescita dei diritti. E ciò esige anche di curare il dialogo tra tutti noi.

Quale può essere il ruolo dell’Amecea nella pacificazione dell’area?

La Chiesa rappresenta un’autorità morale determinante nei processi di pace, e può esserlo anche in Africa orientale. I vescovi sono coscienti di questa missione anche se, naturalmente, temono di essere strumentalizzati da chi detiene il potere. La violenza è molto spesso come un fuoco che può essere facilmente attizzato quando si soffia sulle ceneri. È qui che si inserisce la sfida del dialogo tra tutte le comunità e le sensibilità religiose e politiche. L’Amecea, tra l’altro, ha riunioni periodiche regolari che favoriscono la fraternità tra gli episcopati e la possibilità di condividere metodi e mezzi di azione. Se la Chiesa, infatti, appare divisa, perde in credibilità. Se invece è unita e fiduciosa, è evidentemente più forte.

Qual è l’impatto delle migrazioni sullo sviluppo umano integrale?

Le migrazioni sono un fenomeno storico globale. Lo stesso sviluppo economico dei continenti ricchi è anche frutto di dinamiche migratorie. Oggi, uomini e donne, in particolari giovani, si muovono innanzitutto perché cercano opportunità; purtroppo molto spesso scappano da violenze e guerre, da disastri naturali e povertà estreme. È necessaria una solidarietà internazionale per trovare soluzioni comuni e consolidate che consentano di considerare le migrazioni come un’opportunità e non un dramma. Fare in modo che tutti possano godere del diritto di emigrare e del diritto di non dover emigrare. In Africa, dove si guarda all’Europa unita come a un modello, le ultime tendenze politiche presentano sempre più il sogno di un continente senza frontiere. Questa volontà si vede anche nelle Chiese locali e nei loro pastori che ambiscono allo sviluppo umano integrale. Vedono in questo la futura missione della Chiesa: prendersi cura degli uomini, soprattutto degli scartati, in obbedienza al Vangelo e nella pratica della dottrina sociale. Nella regione dell’Amecea, in particolare, la Chiesa, i suoi pastori, i religiosi, i laici e persone di buona volontà sembrano orientati ad affrontare queste sfide con l’ottimismo e l’entusiasmo della fede. Per loro, le migrazioni possono diventare opportunità per lo sviluppo umano integrale. Soprattutto sono convinti che la Chiesa possa ancora fare molto per le persone in movimento: dopo il dibattito di questi giorni, chi era già impegnato in questa pastorale si è sentito confermato, chi esitava ha avvertito l’importanza della missione della Chiesa in uscita per mettersi al servizio dello sviluppo umano integrale di migranti, rifugiati e persone vittime di tratta.

Il Dicastero ha già in programma iniziative simili con altre conferenze episcopali?

Al momento è prevista la partecipazione ad altri due incontri a Medellín, in Colombia, nel prossimo agosto, e in Polonia. Ci sarà ugualmente un appuntamento con i vescovi in Argentina. E noi speriamo vivamente di poter continuare questi scambi che appaiono vitali per il Dicastero e per una felice collaborazione con le Chiese locali, i pastori e con le associazioni, i movimenti e i partner di missione. A tale riguardo, la partecipazione attiva dei laici di numerose organizzazioni cattoliche così come delle reti di organismi caritativi ad Addis Abeba sottolinea il dinamismo di questa “missione in dialogo”. Lo sviluppo umano integrale ha bisogno di tutti i carismi e di tutti i talenti. E il Dicastero è al servizio di chi agisce per la solidarietà e per la pace. Le tre parole chiave che hanno dato il titolo all’assemblea dell’Amecea sono per noi un incoraggiamento e una spinta al rinnovamento: «Vibrante diversità; eguale dignità; unità pacifica in Dio».

di Maurizio Fontana

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