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Nel vortice delle cose da fare

· Un libro di Giuseppe Crea affronta il tema dello stress psicologico dei sacerdoti ·

Viene presentato nel pomeriggio di venerdì 28 a Roma il volume di Giuseppe Crea Agio e disagio nel servizio pastorale e nella missione della Chiesa. Riconoscere e curare il «burnout» nella dedizione agli altri (Bologna, Edb, 2010, pagine 208, euro 18,50). Anticipiamo ampi stralci dell'intervento di uno dei relatori, il cardinale arcivescovo di Tegucigalpa.

La dignità del loro ministero non esime i sacerdoti dalle difficoltà, dalle tentazioni e dalle debolezze che a volte scuotono e mettono a dura prova il loro cammino verso la santità. «La fedeltà al dono ricevuto non è per niente scontata», scrive il professor Crea, ma è frutto di un lavoro permanente che li coinvolge a prendere sul serio le condizioni reali che vivono nel loro lavoro, avendo cura di guardare alla loro vocazione a partire dalle esperienze che caratterizzano i vissuti quotidiani.

A volte anche i sacerdoti possono sentirsi sopraffatti dalle tante sfide pastorali, al punto da sottostare a condizioni di superlavoro che col tempo si rivelano nocive dal punto di vista psicologico. Al numero 14 del documento Presbyterorum Ordinis si legge: «Anche i presbiteri, immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell'azione esterna».

La parte centrale del libro Agio e disagio nel servizio pastorale si sofferma con attenzione su questo interrogativo angosciante, che l'autore non esita a definire esistenziale perché tocca il senso stesso della vita presbiterale. Quello cioè di armonizzare la costruzione d'una chiara identità personale, con un ambiente che spesso mette a dura prova le sue certezze e le sue stesse fragilità intrapsichiche. In effetti, la qualità del lavoro pastorale può essere inficiata dalla difficoltà a integrare l'ideale motivazione della carità pastorale, con la realtà psichica dei sacerdoti, specialmente quando sono sopraffatti dai tanti bisogni e dalle molteplici emergenze, e non riescono a mantenere un giusto equilibrio tra le proprie forze e le richieste dell'ambiente in cui operano. Molto spesso si devono prodigare in condizioni pastorali difficili, che pure non frenano il loro zelo per la cura pastorale delle anime. Questa disponibilità a tutto campo non li esenta dal rischio di vedere esaurite le loro energie psico-fisiche, fino a stressarsi o a sentirsi svuotati interiormente.

Quando il lavoro diventa troppo, quando le richieste sono eccessive e insistenti, oppure quando avvertono che hanno tanti problemi da risolvere, anche loro rischiano di stancarsi. «Sembra quasi che dobbiamo avere sempre una soluzione a tutto», diceva un giovane sacerdote. Inoltre, l'attività pastorale li coinvolge non soltanto nelle cose da fare, ma anche in relazioni emotivamente intense e stressanti: quando stanno con i giovani, o vanno a trovare gli anziani, o parlano con le coppie in difficoltà, o fanno visita a chi è ammalato, devono far fronte a delle richieste relazionali di continua attenzione, ascolto, partecipazione, compassione.

Tutto questo, se non è equilibrato con una sana vita interiore, può far emergere un senso d'insicurezza o di inadeguatezza, oppure dalla paura di fallire o di sentirsi giudicati, perdendo così di vista il significato stesso del loro lavoro. A questo punto, l'affanno per la dedizione si tramuta in sterile attivismo, accompagnato da emozioni negative di sfiducia in se stessi o di cinismo verso la gente, poiché si accorgono che i loro sforzi non bastano mai. A tutto questo essi reagiscono con una particolare forma di adattamento allo stress definita come sindrome del burnout , in cui emergono i sintomi dell'insoddisfazione e del disagio provocato dalle eccessive richieste provenienti dalle persone alle quali prestano il proprio servizio. È da anni che il professor Crea si occupa del burnout . Aveva già cominciato a studiare tale fenomeno nel servizio pastorale d'una tipologia di operatori particolarmente dediti all'amore verso la gente, i missionari. L'esperienza clinica dell'autore, nel lavoro di accompagnamento psicologico, come la letteratura nell'ambito della psicologia pastorale, confermano che l'amore agli altri senza un'altrettanto amorevole attenzione a se stessi rischia di snaturare il senso stesso dell'altruismo, anche quello più nobile come nel caso dei missionari o più in generale dei sacerdoti, chiamati a dare tutto se stessi per amore.

In questo libro l'autore riprende tale concetto di fondo, definendolo come « burnout pastorale» perché riferito al modo con cui i presbiteri vivono in modo disfunzionale la loro dedizione agli altri, quando non riescono a avere un'altrettanta attenzione a se stessi.

Se i preti non riescono a recuperare nella profondità del proprio sé individuale le energie necessarie rischiano di entrare nel vortice delle cose da fare, fino a sentirsi stressati e svuotati emotivamente: è una sindrome che va al di là della singola stanchezza o dello specifico malessere, e può diventare una vera e propria nevrosi pastorale.

Per questo occorre che alimentino una costante attenzione a se stessi, ai propri bisogni umani e psicologici. Ma anche una costante attenzione a Colui che li chiama a farsi servi, Gesù buon Pastore, che conosce a tal punto le disponibilità e i limiti di ciascuno da poter rivolgere al momento opportuno l'invito salutare: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un poco».

Dedicarsi agli altri senza questo cammino d'integrazione tra vita psico-affettiva e fede — afferma il professor Crea — porta non solo a esaurire le proprie energie, ma anche a vivere squilibri che spesso generano confusioni e ambiguità nel rapporto con gli altri, con la gente. Fino a diventare un'affettività disordinata e a volte anche malata, che rischia di trasformarsi in un arido tornaconto utile a tamponare le proprie fragilità psichiche piuttosto che a servire Cristo nei fratelli. A volte, la poca preparazione, le problematiche psicologiche pregresse, il timore di perdere la stima degli altri o dei propri superiori, lo portano a irrigidirsi nelle proprie posizioni e a preferire delle scorciatoie che lo preservano dalle proprie nevrosi personali, rendendolo poco libero nella capacità di amare. Ecco perché ogni sacerdote deve saper vigilare sul modo di vivere la carità pastorale, per integrare la chiamata vocazionale con le proprie realtà umane e psicologiche, partecipando così attivamente al proprio processo di conversione e di crescita da realizzare nel quotidiano. Tale consapevolezza si riflette sullo stile di vita della persona e su come si prende cura dei propri bisogni.

Che fare quando i sacerdoti avvertono un senso di disagio e di stanchezza nel loro slancio pastorale? Nella parte finale del volume, il professor Crea si sofferma non solo sull'aspetto preventivo dello stress e del burnout pastorale, ma soprattutto sulla necessità d'una nuova prospettiva formativa, che parta dall'esperienza e aiuti i presbiteri a integrare psiche e fede.

Infatti, dice l'autore, per evitare la spirale logorante di un attivismo a senso unico è importante che i ministri del servizio pastorale siano consapevoli di come vivono la propria dedizione agli altri, cogliendo nel quotidiano non solo i segnali del proprio disagio, ma soprattutto le motivazioni profonde del loro servizio. Senza tale attenzione essi rischiano di girare a vuoto tra tante cose da fare, dimenticando ciò che è essenziale nella propria identità sacerdotale.

Tale responsabilità esige che la loro dedizione sia basata su uno stile di vita coerente con la fede professata, secondo l'esempio di Cristo buon Pastore che ama e dona tutto se stesso per il suo gregge. Per questo, il desiderio di prodigarsi per le tante attività deve accordarsi con un amore che non sia centrato sui propri interessi psichici o sui propri bisogni psico-affettivi, ma sia genuinamente orientato al bene e alla salvezza delle persone che sono affidate alla cura pastorale.

Guardando al futuro occorre quindi integrare l'entusiasmo per una vocazione che non tramonta, con un sano realismo che tiene conto dei tanti interrogativi che emergono dal loro lavoro di testimonianza dell'amore di Dio nei diversi areopaghi della missione pastorale. A questo proposito, afferma chiaramente il professor Crea alla fine del suo libro, serve ripensare profondamente la formazione permanente dei presbiteri, svincolandola da una concezione pressappochista e superficiale, oppure da una visione semplicistica e poco competente che la relega a eventi straordinari d'aggiornamento o a miracolistici anni sabbatici. Bisogna invece riscoprirla come un vero metodo di vita.

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