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Nel terreno sacro della sofferenza

· Presentati durante l’incontro con i giornalisti i temi della prima giornata di lavoro ·

Ascolto e concretezza. Su queste due parole, tanto facili da pronunciare quanto difficili da trasformare in pratica, ha ruotato il primo giorno dei lavori svoltisi nell’aula nuova del Sinodo. A confermarlo, nel briefing tenuto nella tarda mattinata di giovedì 21 presso l’Istituto patristico Augustinianum, sono stati gli arcivescovi di Brisbane, Mark Benedict Coleridge, e di Malta, Charles J. Scicluna, il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini, i gesuiti Federico Lombardi, moderatore dell’incontro, e Hans Zollner, referente del Comitato organizzatore dell’incontro, i cui interventi sono stati moderati dal direttore “ad interim” della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

Ascolto e concretezza, quindi. La mattina del primo giorno dei lavori si è caratterizzata, oltre che per le due relazioni tenute dal cardinale Tagle e dallo stesso arcivescovo Scicluna, dall’ascolto delle testimonianze delle vittime. Storie dure, impressionanti. Senza sconti. «Dopo aver ascoltato queste storie non si può più essere gli stessi. Voglio prima di tutto ringraziare queste persone. Perché è certamente importante — ha detto padre Zollner nel corso del briefing — parlare, sì di norme, di procedure, ma è almeno altrettanto importante fare proprie queste esperienze, entrarci, per avvertire viva l’esigenza dell’impegno a fare in modo che tutto questo non accada più. Queste testimonianze sono un appello all’azione comune». Azione concreta, appunto, ma che parte dalla consapevolezza che le ferite appartengono alla Chiesa, chiamata a non distogliere lo sguardo ma, anzi, a toccare con mano la sofferenza, come la meditazione offerta dal cardinale Tagle nella sua relazione ha ricordato. «Per capire l’entità di quanto accaduto bisogna ascoltare — ha spiegato l’arcivescovo Scicluna — e capire che si sta entrando in un terreno sacro», quello della sofferenza, della Croce affrontata da Cristo, delle ferite «che rimangono nel suo corpo anche dopo che è risorto». Nel compito difficilissimo di alleviare queste ferite, ha detto ancora monsignor Scicluna, «il vescovo non può essere lasciato solo ma deve affrontare questo processo insieme alla comunità di fedeli. Noi non abbiamo potere coercitivo — ha continuato — né abbiamo nostalgia dell’Inquisizione. Per questo la giurisdizione dello Stato è essenziale». Anche perché, per alcuni tipi di comportamenti da contrastare, come quello della pedopornografia su internet, i vescovi non hanno chiaramente nessuno degli strumenti di indagine che solo un organo giudiziario statale può avere.

La questione delle modalità del rapporto fra vescovo e comunità è stato non a caso uno dei temi che sono stati affrontati nel corso della discussione, come ha illustrato Paolo Ruffini: in particolare «si è parlato di come offrire aiuto alle Chiese più piccole che non hanno esperienza sufficiente rispetto a questi temi. Si sono fornite alcune raccomandazioni di carattere procedurale, insistendo sul tema della prossimità alle vittime degli abusi. Alcuni sacerdoti possono trovarsi in condizione di sfuggire all’autorità del vescovo, che è limitata, e per questo è tanto più importante la collaborazione con gli istituti civili». Naturalmente, ha osservato padre Lombardi, come espresso dai 21 punti di riflessione offerti dal Papa ai partecipanti all’incontro, molto spazio deve essere dato al tema della prevenzione e della trasparenza, «in modo che ci sia un facile accesso» da parte delle vittime alle persone e alle istituzioni in grado di raccogliere le denunce. I 21 punti, del resto, pure essendo una base di partenza, come spiegato da padre Lombardi, sono una vera e propria road map, che deve tradursi in conseguenti azioni, sia pure armonizzate con i diversi contesti culturali.

Quello della differente percezione del fenomeno degli abusi sessuali è un tema nel tema. «Nei discorsi di questa mattina — ha detto l’arcivescovo Coleridge — è apparso subito molto evidente quale sia l’importanza delle differenze culturali». Per alcuni paesi, stabilire il principio della collaborazione fra Stato e Chiesa, è per certi versi un passo storico. L’elemento comune, tuttavia, in Europa come nell’America settentrionale, come in Africa, è l’accurata verifica delle realtà, a tutela delle vittime e di chi può essere accusato. «Sono dell’opinione — ha detto monsignor Scicluna — che per pubblicare i nomi degli abusatori c’è bisogno che le accuse siano concrete e circostanziate. Altrimenti si innesca un sistema primitivo», che non è utile alla causa. Tanto meno, ha aggiunto il presule, si può cadere in generalizzazioni: «Non esiste una categoria maggiormente predisposta al crimine rispetto alle altre». Così come ha spiegato padre Lombardi, è opinione comune dei partecipanti all’incontro che non ci sia alcun nesso fra abusi e celibato dei sacerdoti.

In tema invece di matrimoni, ha suscitato sorpresa, ha detto padre Lombardi, il veder apparire fra i punti di riflessione suggeriti dal Papa quello relativo all’innalzamento dell’età matrimoniale ai 16 anni. È un segno di attenzione per il mondo femminile, una spinta al mutamento culturale anche all’interno della Chiesa riguardo alla maturità sessuale. «Attualmente — ha chiarito monsignor Scicluna — il codice canonico prevede i 16 anni per i maschi e i 14 per le femmine». Dovrà essere alzato per tutti a 16 anni.

di Marco Bellizi

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24 agosto 2019

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