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Nel sociale più che in politica

· I cristiani e il potere civile secondo Gesù e l’apostolo Paolo ·

Da mercoledì 28 a venerdì 30 agosto si svolge, a Milano, presso la cripta dell’aula magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il XIII Simposio intercristiano dedicato al tema «La vita dei cristiani e il potere civile. Questioni storiche e prospettive attuali in Oriente e Occidente». Pubblichiamo stralci della relazione d’apertura, intitolata «I cristiani e il potere civile: alcuni aspetti neotestamentari».

Gesù di Nazaret non fu un politico. Nonostante la sua qualifica di «figlio di Davide», peraltro mai sulla sua bocca, egli non si interessò di politica, almeno nel senso odierno della parola, anche se, detto in generale, ogni presa di posizione pubblica finisce per avere naturalmente una ricaduta sul piano di qualunque polis o comunità. Neppure tenne mai rapporti con i potenti del suo paese. Certo la sua autorevolezza non era basata su alcuna rivendicazione né genealogica né istituzionale, ma consisteva piuttosto in una cosiddetta «autorità carismatica», secondo la categoria formulata e spiegata da Max Weber.

Ciò che sostennero alcuni autori negli anni ’70 del secolo scorso a proposito di un Gesù zelota o rivoluzionario appartiene ormai al passato della ricerca sulle origini cristiane. Anche il gesto compiuto a Gerusalemme nell’area del Tempio non aveva alcuna intenzione zelotica, anche se era e doveva apparire come un gesto fortemente polemico verso il sacerdozio templare. La tipologia dei suoi interventi pubblici è ben diversa da quella dei vari ribelli, che apparvero in Palestina dal tempo di Erode il Grande fino agli anni ’50 del secolo i, di cui ci informa Flavio Giuseppe e che pretendevano letteralmente la regalità attuando veri e propri gesti di violenza.

La sua semmai era una rivoluzione di valori, e il detto che si legge in Luca, 16, 16 («La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza [biázetai = fa violenza] di entrarvi») può essere interpretato, o nel senso che i violenti ora sono i pubblicani e i peccatori, non in quanto usurpatori, ma in quanto sono ammessi al regno pur non essendo comunemente ritenuti degni di esso, oppure nel senso che i veri violenti in senso metaforico sono Gesù stesso e i suoi discepoli in quanto sovvertono il triplice valore della forza, della ricchezza e dell’istruzione, dei quali in genere gli uomini si servono come strumento di dominio.

Il Vangelo, tanto in Gesù quanto in Paolo, non è piegato a offrire alcuna dottrina politica nel suo rapporto con il potere civile. Ciò che Gesù dice della Legge (che non passerà, in Matteo, 5, 18-19; e che comunque va superata con una giustizia maggiore, in Matteo, 5, 20-48) non è per richiedere leggi speciali a favore dei cristiani. Lo stesso vale per Paolo, e ciò che egli dice delle «autorità», non lo dice a loro ma ai cristiani in quanto hanno necessariamente a che fare con esse.

Usando una terminologia del nostro tempo, potremmo dire che il cristianesimo, tanto gesuano quanto paolino, si rende preferibilmente presente nel sociale, non nel politico, se per politico si intende la struttura del potere. Sia Gesù nel suo comportamento e nelle sue parole, sia Paolo nel testo di Romani, 12-13, pensano alla comunità dei discepoli/cristiana non certo come interlocutrice del potere politico, eventualmente desiderosa di incidere in maniera diretta sulle strutture dello Stato, ma come luogo di esperienze sociali innovatrici, artefice di fraternità e di cambiamento nei rapporti vicendevoli, soprattutto in relazione alle persone più deboli: un luogo dove non soltanto curare l’onore proprio e altrui, ma dove testimoniare inedite relazioni agapiche.

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