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Nel silenzio una rimozione dolorosa

Per una donna spesso la solitudine è una causa e al tempo stesso una conseguenza dell’aborto, perché l’esperienza di una gravidanza è un’esperienza insieme intima e in un certo senso solitaria. Il compagno, anche se c’è, non vi partecipa direttamente. Intimamente, la scoperta da parte di una donna dei primi segni di una gravidanza è spesso motivo di gioia, anche quando ci sono difficoltà. È un’esperienza molto personale, come sempre quando si tratta di vita e di morte, e dunque spesso vissuta in modo solitario. Così commenta in un’intervista a «donne chiesa mondo» Tugdual Derville, fondatore di una associazione che affianca le donne che hanno abortito.

Che tipo di solitudine deve affrontare la donna prima dell’aborto?

Per quanto riguarda l’aborto, non c’è dubbio che le donne si ritrovino sole. Le ragioni sono diverse: da un lato perché la maternità è un’esperienza femminile e dall’altro perché la legge in Francia ha riservato la decisione alle donne. Dal punto di vista legale, la decisione ultima spetta alle donne. Gli uomini non sono responsabili perché non conoscono il problema, ma a volte anche perché ne sono esclusi dalla stessa legge o dall’idea che l’aborto sia una questione che riguarda solo le donne. Invece, dietro a ogni aborto c’è un uomo. E dunque dietro a ogni decisione di abortire c’è un’immensa solitudine.

Pablo Picasso«Donna accovacciata» (particolare, 1902-1903)

Alcune persone a loro vicine, credendo di fare bene, le lasciano sole dicendo, per esempio: «È una tua decisione, devi essere tu a scegliere...», senza tener conto che siamo tutti interdipendenti e legati, e che è l’intera umanità a essere coinvolta dal destino di un bambino. La donna, come diceva Giovanni Paolo II, è «sentinella dell’invisibile», e anche santuario di quella vita che è in lei. A rendere ancora più profonda la solitudine è il non riconoscimento dell’umanità, nel senso di quell’umanità che ci unisce ai più fragili. Una volta si diceva: «Prima le donne e i bambini», ed era il riconoscimento di una fragilità intrinseca in una donna incinta. Quando si lascia alla donna una decisione come quella di abortire, come se spettasse solo a lei tagliare il filo della vita, il rischio è quello di rimuovere l’intera dimensione di umanità che si trasmette di generazione in generazione attraverso le levatrici, che accompagnano quell’esperienza di fragilità e di morte che è la gravidanza.

Per quanto riguarda le ragazze che si ritrovano incinte troppo presto, queste devono confrontarsi, da una parte con un senso di gioia e dall’altra con un’ingiunzione: «Non è possibile», e dunque si sentono minacciate nella loro vita familiare e personale. Le persone che le circondano non ritengono possibile quella gravidanza, in nome di valori religiosi o sociali, per esempio. Quelle ragazze allora si sentono ancora più fragili e provano una solitudine immensa. Si devono confrontare con una serie di impedimenti esterni e normativi che non consentono loro di seguire sino in fondo il loro cuore materno.

Isolamento e solitudine: quali difficoltà deve affrontare la donna in questa situazione?

L’aspetto più doloroso per la donna è che deve fare una scelta impossibile. Perché la scelta tra la vita e la morte del bambino che porta nel suo grembo (qualunque sia il grado di consapevolezza che ha della sua esistenza), il fatto di recidere quel destino umano, è inumano. È la cosa più difficile. La grande sofferenza che prova (di cui l’isolamento fa parte) dipende dal fatto che è imprigionata in una scelta impossibile. Non è in potere dell’uomo decidere sulla questione della vita e ancor meno sulla vita del proprio figlio, ma la società chiede alla donna di dire sì o no.

La prima domanda che i ginecologi fanno alle donne che aspettano un figlio è: «È desiderato?». Oserei dire che è una domanda che uccide. Di fatto ogni gravidanza è vissuta in modo ambivalente, con la sua parte di vita e di morte, di fragilità e di angoscia, senza dimenticare l’importanza dell’ambiente che accoglierà il bambino. E il compagno l’accoglierà? Si crea quindi uno stato di turbamento e di ricomposizione psichica che gli psicologi hanno ben descritto. Ebbene, in questo momento di grande fragilità e di ambivalenza naturale (c’è desiderio ma anche paura, gioia ma anche angoscia) si chiede alle donne di dare una risposta radicale (che assomiglia alla risposta di un computer: sì o no) mentre c’è una storia intima che si sta tracciando e che è sempre più complessa di un sì o un no. Quelle donne vivono quindi una solitudine drammatica, e vanno accompagnate, e non abbandonate a una “presunta” scelta individuale, che non accoglie la complessità di ciò che di così straordinario si crea quando una vita sta per affiorare da un’altra, quando un corpo sta per forgiarsi in un altro.

Come si può accompagnare una donna che ha appena abortito?

Nel nostro ascolto in Alliance vita ho notato che indubbiamente c’è un senso di sollievo: in effetti il “problema” che si poneva è stato “cancellato” dall’aborto, se pure in condizioni mai semplici e a volte molto dolorose per le donne. Ma poi nella vita di quelle donne s’innesta un gravissimo segreto di famiglia. In Francia tre donne su dieci fanno almeno una volta nella loro vita feconda l’esperienza dell’aborto. È però sintomatico che solo poche ne parlino. Alcune hanno creato un sito dove dicono che il loro aborto è andato bene e che stanno bene, il tutto al fine di confutare quelle che sostengono di aver sofferto dopo l’aborto. Di fatto, in Francia il governo ha condotto un’inchiesta da cui risulta che l’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) non lascia conseguenze psicologiche a lungo termine; eppure la realtà più evidente è quella del silenzio. A gridare più forte la solitudine delle donne dopo un aborto è il loro silenzio. Ebbene, quando il silenzio spegne la donna, lei si autocensura e rimuove il fatto in una storia che appartiene solo a lei. Quando sente dentro di sé sintomi diversi, come l’angoscia, il dolore fisico, l’incubo, un senso d’indegnità, vive tutto ciò nel grande silenzio della società che l’ha lasciata sola con la sua decisione.

Quali sono le conseguenze dello sguardo rivolto dalla società a queste donne?

Questa società crede di aiutare le donne banalizzando l’Ivg, facendone qualcosa che si può decidere ormai senza “criterio di disperazione”, senza rifletterci sopra, rimborsato al cento per cento. Tutto ciò induce le donne a restare in quella solitudine e in quel silenzio che le porta a gridare dentro di sé: «Sono normale? Perché soffro?».

Ricordo una donna che ho assistito e che, piangendo calde lacrime, mi ha detto: «Mi vergogno, mi vergogno di piangere, perché sono stata io a ucciderlo». È come se ci fossero lacrime proibite di donne che pensano di essere “pazze”, perché la società rinvia un’immagine dell’aborto come un atto banale, per il quale non bisogna sentirsi in colpa.

Una manifestazione promossa da «Alliance VITA»

Abbiamo purtroppo constatato che alcuni operatori sociali e psicologi venivano multati quando cercavano di verificare, per esempio in donne alcolizzate, precedenti di aborto. Ho anche notato, ascoltando quelle donne, che gli psicologi e gli psichiatri che le seguivano si erano rifiutati di ascoltarle sul tema dell’aborto. Non c’è sofferenza peggiore di quella di non essere accettati, ascoltati e riconosciuti nella propria sofferenza. Tutti abbiamo bisogno di essere riconosciuti nel nostro dolore, ed è lì d’altronde che la misericordia, che ha un cuore sensibile all’infelicità, diviene il bisogno più grande generato dalla ferita dell’aborto. Solo la misericordia infatti accetta completamente la sofferenza, senza fare confusione tra l’atto e la persona. E solo questo consola veramente.

L’aspetto più doloroso nella solitudine di quelle donne è che hanno l’impressione che la loro vita non valga più nulla, che non possono essere ascoltate ed esprimere il loro dolore. Questa solitudine ha come conseguenza un diffuso senso di colpa, una perdita di stima, un’immagine sminuita di sé, un’incapacità ad avere fiducia negli altri e anche in se stessi.

Di fronte a tutto ciò come potete intervenire voi di Alliance vita?

L’ascolto di per sé ha già un effetto di profonda consolazione. Sono le stesse donne a guidare l’accompagnatore con le loro parole, i loro silenzi. Tutto ciò che esprimono viene accolto con empatia e senza alcun giudizio. L’ascolto è la vicinanza che si può offrire a una persona che si sente sola e che prova sentimenti così forti, quello che le consente di liberarsi del suo fardello. In genere queste donne non sono state mai ascoltate nella loro sofferenza e nel loro dolore, nessuno aveva ascoltato quello che soffrivano nel profondo. L’ascolto si rivela quindi terapeutico, anzi “resurrezionale”, perché fa emergere una forza spirituale che consente loro di aprire uno spazio di dialogo e di sbloccare quel segreto completamente rimosso. La donna vive questa solitudine nel più profondo, è una solitudine che nasce dalle sue viscere e dalla maternità. Si può dire che è una ferita profondamente spirituale, al di là di ogni credo religioso. Il corpo materno è in qualche modo un “santuario”, ed è stato profanato. È difficile accettarlo per chi l’ha subito, talvolta in modo incosciente. C’è qui la richiesta inespressa di uno sguardo totalmente benevolo.

Paul Sérusier, «Solitude» (1891)

A rinchiudere le donne nella solitudine del loro aborto è il fatto che credono di avere commesso qualcosa di imperdonabile e si sentono condannate a una sofferenza fatale, insita in ciò che hanno vissuto. Con questo non intendo dire che tutte le donne provano tale sofferenza o l’esprimono come tale ma posso affermare, avendone ascoltate molte, che il problema c’è ed è innegabile. In realtà le ripercussioni di quel segreto di famiglia non risolto sono profonde, sia nella vita di quelle donne che nei loro rapporti con gli altri.

ll’origine di questa chiusura nella solitudine c’è la convinzione che non si poteva fare diversamente. Ossia che l’aborto è giunto come una fatalità, perché non esisteva altra soluzione. Spesso hanno vissuto pesanti condizionamenti, per cui sono state costrette ad abortire a causa della condizione di fragilità in cui si trovavano. Proprio per questo è importante che compiano un lavoro interiore per capire in che momento sono diventate responsabili di quanto accaduto, e tutto ciò per liberarle dalla chiusura, perché facciano finalmente chiarezza dentro di sé, senza sprofondare nel senso di colpa. Si tratta di un percorso liberatorio, perché allora potranno dire: «Non ero condannata all’aborto». Di fatto, è solo facendo chiarezza su quanto è accaduto che potranno andare avanti, non cercando di porre rimedio, ma accettando la loro sofferenza.

Come si pongono gli uomini di fronte alla solitudine della moglie o della compagna che ha abortito?

Alla solitudine delle donne si accompagna la solitudine degli uomini. Di fatto l’aborto è un “luogo” che infrange l’alleanza e la complementarità. Alcuni uomini hanno chiesto e ottenuto l’aborto. Allora per le donne il dolore dell’aborto diventa lo spazio di una solitudine sacrificale: si sono sottomesse a un valore superiore che è l’amore per il compagno, e poi hanno perso sia il figlio sia l’amore del compagno. Alcuni uomini dopo l’aborto della loro compagna hanno provato una sorta di “smarrimento” e le hanno fatto pagare la scelta fatta. In questa situazione gli uomini sono sia complici, sia esclusi, sia lasciati a se stessi. La coppia vive allora una rottura, perché il bambino non nato suggella spesso la morte del legame.

L’aborto getta nella solitudine sia le donne sia gli uomini, in una incomprensione reciproca. Un tempo l’uomo aveva il compito di proteggere; oggi questo compito è venuto meno dinanzi alla solitudine della donna che ha abortito. L’aborto riunisce i due mali della società occidentale: la solitudine delle madri e lo smarrimento dei padri.

di Catherine Aubin

Tugdual Derville

Ha conseguito una licenza in giurisprudenza e una laurea presso Sciences-po Paris e l’Essec. Prima di diventare consulente in ambito medico-sociale, ha lavorato per un’associazione di assistenza alle persone anziane, i Petits frères des pauvres. E nel 1986 ha fondato l’associazione À bras ouverts rivolta, grazie al lavoro di accompagnatori volontari, all’accoglienza di bambini, adolescenti e giovani adulti portatori di handicap mentale, durante i fine settimana o le vacanze.

Dal 1994 è delegato generale di Alliance pour les droits de la vie, divenuta poi Alliance vita. A tale titolo interviene regolarmente sui media in difesa e a tutela della vita e della dignità umane e su questioni bioetiche. Nel 2013 ha lanciato la Courante pour une Ecologie Humaine. Dal 1989 è sposato con Raphaële con la quale ha avuto sei figli.

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