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​Nel segno della pace
e della riconciliazione

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Il corteo papale, partito dalla nunziatura, è diretto alla cattedrale di Sarajevo. Lungo il tragitto transita davanti a uno dei luoghi simbolo della recente guerra, il mercato dove il 5 febbraio 1994 si consumò la più terribile delle stragi compiute nei quattro anni di assedio della città, quando alcune bombe uccisero 68 persone ferendone altre duecento. L’arcivescovo, cardinale Vinko Puljić, lo indica al Papa. Tutto qui è stato ricostruito, ma qualche segno è rimasto, come in diversi punti della città: sui muri di molti palazzi si vedono infatti i segni lasciati da granate e proiettili. Testimoniano la sofferenza patita da questa città durante il conflitto che nella prima metà degli anni Novanta insanguinò la Bosnia ed Erzegovina, le cui ferite, legate a divisioni etniche, non sono ancora del tutto rimarginate. Ciononostante il Paese, con fatica, tenacemente, sta ricostruendo il proprio futuro di pace.

Il cardinale Puljić indica al Papa il mercato dove il 5 febbraio 1994  vennero fatte esplodere due granate che uccisero 68 persone

Per questo sabato scorso Papa Francesco è venuto qui. E per puntare i riflettori del mondo su questo lembo di Europa. Lo ha ribadito ai giornalisti in serata sull’aereo che lo riportava a Roma da Sarajevo: «È un segno. Io vorrei incominciare a fare le visite in Europa, partendo dai Paesi più piccoli, e i Balcani sono Paesi martoriati, hanno sofferto tanto. E per questo la mia preferenza è qua».

A Sarajevo il Papa è venuto a parlare di pace e a incoraggiare il processo di riconciliazione. Lo ha detto in tutti gli incontri, con modi e linguaggi diversi. E se la mattinata era stata intensa, con la cerimonia di benvenuto al palazzo della presidenza e la messa allo stadio Koševo, il pomeriggio non è stato meno ricco di avvenimenti significativi. A cominciare da quello nella cattedrale del Sacro Cuore. All’arrivo sul sagrato, accolto da numerosi fedeli, il Papa si è soffermato a osservare la grande statua di Giovanni Paolo II, posta a ricordo del suo incontro con il clero nel 1997. Un appuntamento che si è ripetuto con Francesco, che qui ha incontrato i sacerdoti, le religiose, i religiosi e i seminaristi.

Lasciata la cattedrale, e raccogliendo i saluti delle persone radunatesi soprattutto agli incroci delle strade e negli spiazzi, Francesco ha percorso, sempre in papamobile, il tragitto che separa la cattedrale dal Centro internazionale studentesco francescano per l’incontro ecumenico e interreligioso. Un momento particolarmente atteso nella città chiamata Gerusalemme d’Europa, per anni simbolo di convivenza pacifica tra diverse fedi, ma che oggi, come l’intero Paese, dopo la guerra si trova ad affrontare difficoltà ancora legate alle differenze religiose ed etniche.

Dopo aver salutato alcuni esponenti delle varie fedi, Papa Francesco è risalito sulla papamobile per recarsi al Centro diocesano giovanile dove all’arrivo è stato salutato da alcuni bambini e dal rettore del Centro, don Šimo Maršić, che — dopo lo svelamento della targa che dedica ufficialmente a san Giovanni Paolo II la struttura, ancora in via di completamento e aperta ai ragazzi di diverse etnie e religioni — lo ha poi accompagnato nella palestra.

Anche qui, come in cattedrale, Francesco ha consegnato il discorso preparato e ha risposto a quattro domande. Ma soprattutto ha sottolineato una cosa: «Voi — ha detto — avete una singolarità: voi siete la prima, credo, generazione dopo la guerra. Voi siete fiori di una primavera, come ha detto monsignor Semren: fiori di una primavera che vogliono andare avanti e non tornare alla distruzione, alle cose che ci fanno nemici gli uni gli altri». 

dal nostro inviato
Gaetano Vallini

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20 maggio 2019

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