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Nel segno della fraternità

· I martiri d'Algeria ·

Sabato 8 dicembre la Chiesa vivrà un evento inedito, unico: la beatificazione di diciannove martiri cristiani celebrata in un paese musulmano, l’Algeria, a Orano. Un segno forte voluto al tempo stesso dal Papa (in rappresentanza del quale la messa sarà presieduta dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi), dai vescovi dell’Algeria e dal governo algerino per ricordare questi religiosi e religiose che hanno scelto liberamente di restare in un paese e tra un popolo pur a rischio della loro vita, condividendo la quotidianità di una popolazione che, negli anni novanta dello scorso secolo, era dilaniata dall’odio e dalla violenza. A essere celebrata è una fraternità suggellata con il sangue, quella di cristiani e di musulmani insieme, perché tutti hanno dato la vita scegliendo di restare fedeli alla loro fede in Dio e alla loro coscienza, e per amore verso il loro paese.

Beati! La Chiesa ci offre diciannove nuovi beati martiri testimoni della speranza e della carità. Diciannove vite donate per Cristo, per il suo Vangelo e per il popolo algerino. Se i più conosciuti tra questi martiri sono i monaci di Tibhirine e monsignor Claverie, assassinati nel 1996, gli altri religiosi e religiose sono altrettanti modelli di santità comune, la santità “della porta accanto”.

Chi sono questi martiri? Henri Vergès (fratelli maristi) e Paul-Hélène Saint-Raymond (delle Piccole suore dell’Assunzione), assassinati l’8 maggio 1994; Esther Paniagua Alonso e Caridad Álvarez Martín (delle suore Agostiniane missionarie), assassinate il 24 ottobre 1994; Bibiane Leclercq e Angèle-Marie Littlejohn (delle suore di Nostra Signora degli apostoli), assassinate il 3 settembre 1995; Odette Prévost (delle Piccole sorelle del Sacro Cuore di Charles de Foucauld), assassinata il 10 novembre 1995; i quattro Padri bianchi della Società delle missioni africane (Alain Dieulangard, Charles Deckers, Christian Chessel e Jean Chevillard) assassinati il 27 dicembre 1994; i sette monaci di Tibhirine, monaci dell’ordine Cistercense della stretta osservanza (padre Christian de Chergé, fratel Luc Dochier, padre Christophe Lebreton, padre Célestin Ringeard, fratel Michel Fleury, fratel Paul Favre-Miville, padre Bruno Lemarchand) rapiti il 27 marzo 1996 e poi assassinati; monsignor Pierre Claverie, dell’ordine dei Frati predicatori, vescovo di Orano, assassinato il 1° agosto 1996 con un amico musulmano di 22 anni, Mohamed Bouchikhi.

Tutti hanno voluto vivere una missione di Chiesa che si può definire profetica: promuovere un clima di dialogo e di amicizia pacifico e fraterno tra cristiani e musulmani, nella certezza di essere amati dal Dio unico. Come in altri paesi, in altre Chiese, così questi diciannove beati mostrano che «vivere insieme non è un’utopia e che la diffidenza e il pregiudizio non sono una fatalità. Le religioni possono mettersi insieme per servire il bene comune e contribuire allo sviluppo di ogni persona e alla edificazione della società», come ha ricordato Benedetto XVI nell’esortazione apostolica Ecclesia in medio oriente del 2012.

Questi diciannove martiri, assassinati tra il 1994 e il 1996, appartenevano a otto congregazioni religiose diverse. E, pur conoscendosi tutti in modi diversi e avendo tutti un irradiamento apostolico proprio, la loro convergenza di vita e di testimonianza è comunque sorprendente e rivela qualcosa del disegno di Dio. Disegno di Dio per questi religiosi ma anche per il popolo algerino che li ospitava e in mezzo al quale erano portatori di comunione, al fine di rendere presente e visibile l’amore di Dio, soprattutto per i giovani, le donne, le famiglie in difficoltà.

Quando si chiedeva a monsignor Claverie perché la Chiesa restava presente in Algeria, lui ricordava il dono radicato alla luce della croce: «Siamo qui per il Messia crocifisso. Non siamo qui per nessun’altra ragione o persona! Non abbiamo alcun interesse da salvaguardare, nessuna influenza da mantenere. Non siamo spinti da nessuna perversione masochista o suicida. Non abbiamo alcun potere, ma siamo qui come al capezzale di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte. Per Gesù, perché è lui a soffrire qui, in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso nuovamente nella carne di migliaia d’innocenti. Dare la propria vita. Questo non è riservato ai martiri o, perlomeno, noi siamo forse chiamati a diventare martiri testimoni del dono gratuito dell’amore, del dono gratuito della propria vita».

«Uno sarà preso e l’altro lasciato» (Matteo 24, 40): è stato questo il cammino scosceso sul quale è stata trascinata la Chiesa in Algeria. Infatti, diciannove religiosi e religiose sono stati presi e altrettanti lasciati. Ma erano comunque tutti radicati in questo paese e nell’amicizia sviluppata nel corso degli anni con la popolazione. Una Chiesa di testimoni della fede, non di eroi o di profeti. Uomini e donne animati dalla loro fede in Cristo, dispiegata in una quotidianità concreta, semplice, ordinaria. Una Chiesa delle beatitudini. «Non siamo né profeti, né fanatici, né eroi, ma abbiamo stabilito con gli algerini rapporti che niente potrà distruggere, neppure la morte. Siamo in questo discepoli di Gesù Cristo, tutto qui», diceva ancora monsignor Claverie.

Lo si sarà capito, non siamo alla presenza di eroi ma di modelli di santità comune e semplice. Nell’entrare nel lungo processo della beatificazione, la Chiesa in Algeria si è preoccupata di non separare questi fratelli e sorelle da tutte le altre persone che sono state vittime, a loro volta, delle lotte armate nello stesso periodo e nello stesso contesto. «Sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» ( Apocalisse 7, 14). Uno dei simboli forti di questa beatificazione è il sangue mescolato di monsignor Pierre Claverie e di Mohamed Bouchikhi, il cristiano e il musulmano legati da un’amicizia che superava ogni differenza religiosa. Tale simbolo è la realizzazione concreta dei cinquant’anni di episcopato del cardinale León-Etienne Duval, che riassumeva tutto il suo apostolato di pastore nella parola “amicizia”, perché credeva, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, nella forza dell’amicizia.

di Thomas Georgeon
Postulatore della causa

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19 settembre 2019

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