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Nel segno
del rispetto e della pace

· Pellegrinaggio della comunità ebraica del Maghreb alla sinagoga della Ghriba ·

Il pellegrinaggio alla sinagoga della Ghriba, nell’isola tunisina di Djerba, è entrato nel vivo. La sinagoga è la più antica d’Africa ed è meta di un pellegrinaggio che si ripete annualmente in occasione della festa del Lag Ba’Omer che questa volta si celebra dal 22 al 23 maggio, esattamente 33 giorni dopo Pesach, la Pasqua ebraica. E ogni anno da questo pellegrinaggio, unico nel suo genere, si rinnova anche un messaggio di speranza nel nome del rispetto reciproco, della tolleranza e della pace. Con alti e bassi. Nel 2002 il pellegrinaggio fu colpito da un attentato, poi rivendicato da Al Qaeda, che fece 20 morti tra i fedeli; nel 2011, l’anno delle primavere arabe, fu annullato per motivi di sicurezza e nel 2015, dopo l’attentato nel museo del Pardo, a Tunisi, fu il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a sconsigliare ai suoi connazionali di partecipare. Mentre quest’anno sono di nuovo attesi ebrei anche da Israele.

Da secoli è la manifestazione religiosa più importante per tutta la comunità ebraica del Maghreb per il suo significato spirituale, ma anche per le relazioni tra ebrei e musulmani. Quest’anno il nuovo governo tunisino del primo ministro Youssef Chahed, ha fatto di tutto per rilanciare il pellegrinaggio. L’anno scorso, a pochi mesi dal suo insediamento, Chahed partecipò di persona all’evento sottolineando che la Tunisia «è terra di pace dove tutti possono convivere in armonia». Adesso, è il ministro del turismo, René Trabelsi, a unirsi ai pellegrini. E la sua presenza ha un valore particolare perché Trabelsi è ebreo. Anzi, è l’unico ministro ebreo che fa parte di un governo arabo ed è anche il figlio di Pérez Trabelsi, il presidente della comunità ebraica di Djerba, che sarà al suo fianco nelle due giornate di festa assieme al rabbino capo di Tunisia, Haim Bittane. «Sono molto felice che il pellegrinaggio alla Ghriba, per la prima volta dopo 32 anni, coincida con il mese di Ramadan. Stiamo cercando di inviare messaggi di pace e di tolleranza. E questa sarà un’opportunità per cristiani, musulmani ed ebrei di rompere il digiuno insieme», ha detto René Trabelsi che si è dato un obiettivo: «Riconsolidare i legami di fratellanza tra tutti i gruppi etnici della Tunisia, che siano arabi, sefarditi, turchi o berberi».

La tradizione narra che i primi ebrei siano giunti sull’isola di Djerba nel 586 avanti Cristo fuggendo da Gerusalemme dopo la distruzione da parte del babilonese Nabucodonosor del primo tempio fondato da re Salomone. Questi fuggiaschi avrebbero portato con sé alcune pietre dell’antico tempio e con queste avrebbero iniziato la costruzione della Ghriba. Grandi pietre sono ancora visibili nel sancta sanctorum del tempio dove i pellegrini, e in particolare le donne, lasciano delle uova sode sulle quali scrivono le loro suppliche. La sinagoga sorge nel villaggio Hara Seghira — a pochi chilometri da Houmt Souk (la città del mercato), il capoluogo di Djerba — dove vive oggi una comunità ebraica di circa duemila persone che è un esempio importante di convivenza pacifica con le comunità musulmane locali.

La Ghriba (in arabo significa la Straniera), che ha dato il nome alla sinagoga, secondo la tradizione era una giovane donna che arrivò a Djerba da molto lontano, viveva da sola in una capanna e curava la gente. Una notte la capanna fu colpita da un fulmine e distrutta dal fuoco. La Ghriba morì, ma il suo corpo miracolosamente fu ritrovato intatto. Gli ebrei di Djerba decisero allora di costruire la loro sinagoga proprio dove c’era la capanna e dedicarono il tempio alla donna.

Nasce al femminile dunque la storia di quella che è considerata la più antica sinagoga d’Africa. All’interno, il tempio è avvolto da una luce soffusa che filtra dalle finestre in alto e si fonde con quella dei lampadari di cristallo che pendono dal soffitto. Tutte le pareti, gli archi, le nicchie e il pavimento sono ricoperti da mattonelle bianche e blu con disegni floreali e blu sono anche le grandi colonne. Un’antichissima Torah scritta su pelle di gazzella è conservata nei classici cilindri d’argento ed è molta venerata. La parete di fondo del tempio è tappezzata da ex voto. I banchi per i fedeli sono disposti intorno alla Tevà, il pulpito, da dove il Chazzan, il cantore, intona le preghiere (Tefilloth) e il Qorè legge i passi biblici.

Al pellegrinaggio quest’anno prendono parte almeno ottomila persone da Francia, Stati Uniti, Russia, Israele, Paesi del Maghreb e anche Italia. Giovedì 23 alle 14 in punto, tutti si uniranno alla processione che concluderà il pellegrinaggio dietro la Menara, un piccolo carro che trasporta la Menorah, il candelabro a sette braccia ricoperto da nastri di seta multicolori su cui sono scritti i voti dei fedeli. Soltanto le donne possono spingere la Menara attorno al caravanserraglio, tutto bianco e blu, dove un tempo sostavano le carovane e dove adesso i pellegrini affollano i banchetti dove si preparano i cibi cucinati secondo la tradizione kosher. Ricordando e perpetuando un antico e sacro rituale.

E l’isola di Djerba, la mitica terra dei Lotofagi, cantata da Omero, dove vive la più numerosa comunità ebraica tunisina con le sue sinagoghe, la chiesa di Houmt Souk, la moschea Fadhloun e la zaouia di Sidi Zitouni vuole essere la testimonianza di come la Tunisia nonostante tante difficoltà ed episodi drammatici sia terra di accoglienza e di tolleranza. «Secolare è la tradizione di convivenza fra fenici, romani, arabi, ebrei, cristiani e musulmani. Siamo la porta dell’Africa aperta verso l’Europa. Siamo contro ogni integralismo religioso e politico», ripetono gli organizzatori. E tra i progetti c’è anche quello di creare un museo della civiltà ebraica a Tunisi, per rafforzare lo spirito di tolleranza della Tunisia. Ma anche per far conoscere meglio ai tunisini e al resto del mondo la cultura ebraica presente da secoli nel Paese con testimonianze di grande valore artistico e sociale.

di Rossella Fabiani

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20 agosto 2019

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