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Nel segno del dialogo

· Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti ·

Due civiltà, quella europea e quella araba, si affacciano su sponde opposte del Mediterraneo. Oggi questo mare sembra essere sinonimo di crisi, disordine e frammentazione. Secoli fa, venne denominato Mare nostrum e divenne il cuore dell’impero romano; qui fiorì il cristianesimo; e più avanti, nel secolo VII, un’altra delle sue sponde fu la culla della fede islamica, che trovò il suo centro nevralgico nella penisola arabica.

La visita papale negli Emirati Arabi Uniti, nel sudest della penisola, coincide con un periodo in cui le acque non sono tranquille; perlomeno in due punti del Medio oriente, che si sono trasformati in una delle sfide principali del mondo moderno. Il linguaggio delle armi sta provocando la morte e la fuga di centinaia di persone. «Con grande preoccupazione seguo la crisi umanitaria nello Yemen» lacerato da anni di guerra civile, ha detto il Papa durante l’Angelus domenicale del 3 febbraio in piazza San Pietro, pochi minuti prima di recarsi a Fiumicino per imbarcarsi sul volo dell’Alitalia che lo ha condotto ad Abu Dhabi. «Il grido di questi bambini e dei loro genitori — ha aggiunto addolorato — sale al cospetto di Dio».

In questo contesto, gli Emirati vogliono dimostrare di essere davvero «il paese della tolleranza», come recitano gli striscioni che decorano una delle strade principali della città che dall’aeroporto presidenziale conduce fino al centro. In qualità di pastore del piccolo gregge di una minoranza cattolica e come capo di Stato, il Papa sta incontrando in queste ore le più alte autorità del paese, affermando la necessità di un dialogo fra le grandi religioni monoteiste.

Si tratta della prima visita di un Pontefice nella penisola arabica, la “terra santa” dell’islam. Dunque l’arrivo di Francesco ad Abu Dhabi rappresenta senza dubbio una svolta nella percezione del cristianesimo da parte dei paesi musulmani e lancia un forte messaggio a favore del dialogo interreligioso: un ulteriore passo verso la cultura dell’incontro. «Oggi al mattino ho avuto la notizia che pioveva ad Abu Dhabi» ha detto il Papa durante il volo salutando i giornalisti; e «questo, in quel luogo — ha aggiunto — lo si considera un segno di benedizione. Speriamo vada tutto così». Poi ha regalato agli operatori dei media che lo accompagnano un’icona realizzata dalla comunità di Bose, che raffigura un monaco anziano portato in spalla da uno più giovane. «È sul tema — ha spiegato — del dialogo tra i vecchi e i giovani. Ho tanto a cuore questo, e credo che sia una sfida per il nostro tempo».

Il ventisettesimo viaggio apostolico del pontificato ha preso forma alle 22 (ora locale) allo scalo presidenziale della capitale degli Emirati, quando il Papa, accolto da una temperatura mite di 21 gradi, è stato ricevuto dal principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, che all’imbocco della passerella di accesso agli aerei (così prevede il protocollo locale), affiancato da due bambini con indosso gli abiti tradizionali del paese, gli ha offerto un dono floreale di benvenuto: fiori gialli in segno di gioia e speranza. Poco prima il nunzio apostolico Francisco Montecillo Padilla, era salito a bordo del velivolo papale per salutare il vescovo di Roma.

Dopo una breve presentazione delle delegazioni, Francesco ha salutato Ahmad Al-Tayyeb, Grande imam della moschea di Al-Azhar e rettore dell’importante università del Cairo, con il quale ha percorso, in un pullmino, i 28 chilometri che separavano l’aeroporto dall’Al Mushrif Palace, una delle sedi ufficiali dello Stato riservata agli ospiti illustri, dove Francesco risiede.

Il programma ufficiale del viaggio apostolico, che si svolgerà in buona parte in compagnia dell’imam Ahmad Al-Tayyeb — guida spirituale dei musulmani sunniti e presidente del Consiglio degli anziani costituito dagli Emirati — è incentrato sulla partecipazione a un rilevante incontro interreligioso che tratta il tema della fraternità umana universale, organizzato dagli Emirati Arabi, che negli ultimi anni hanno rafforzato la loro linea di promozione della tolleranza come tratto distintivo sia all’interno che all’esterno del paese, con l’obiettivo di consolidare i vincoli umani tra i fedeli di diverse confessioni e di evidenziare i punti in comune tra islam e cristianesimo.

La tolleranza fra i fedeli e la pacifica coesistenza di entrambe le religioni nella zona risale alle epoche passate. Lo dimostra il complesso archeologico di Sir Bani Yas, di fronte alla costa di Abu Dhabi, che ospita i resti di un monastero cristiano del 600 d.C. Si tratta di una conferma concreta della storica presenza cristiana nel Golfo; inoltre esistono le prove che l’attività del monastero sia proseguita per 250 anni dopo l’arrivo dell’islam, e ciò potrebbe testimoniare una primordiale forma di tolleranza.

Sebbene la vicinanza tra le due religioni non sia stata costante in tutte le epoche storiche, nell’ultimo decennio si sono succeduti importanti segnali di avvicinamento. L’essenza di questo clima fraterno che cuoce a fuoco lento si nota soprattutto nei dettagli. Nel 2010 la locale Autorità per la cultura e il patrimonio, la Abu Dhabi Authority for Culture and Heritage, ha promosso la traduzione in arabo di un importante volume storico che sonda i legami tra islam e cristianesimo nel corso dei secoli. Si tratta di Zwischen Rom und Mecca: Die Päpste und der Islam («Tra Roma e La Mecca: i Papi e l’Islam»), opera del giornalista tedesco Heinz-Joachim Fischer. È solo una delle numerose dimostrazioni della rinnovata attenzione nei confronti del dialogo tra musulmani e cristiani.

Il richiamo alla fratellanza si rivela anche nei costanti appelli del Papa in favore dei rifugiati, molti dei quali sono musulmani. Nel 2016, dopo la visita all’isola greca di Lesbo, dove si concentra un alto numero di profughi che vivono in condizioni drammatiche, il Pontefice portò con sé sull’aereo papale che tornava in Vaticano tre famiglie musulmane rifugiate.

Lunedì mattina, 4 febbraio, Papa Francesco si è subito recato al palazzo presidenziale di Abu Dhabi e ha attraversato l’ingresso principale — un imponente portone in bronzo e ferro che pesa 17 tonnellate, è alto 12 metri e largo 8 — per la cerimonia ufficiale di benvenuto e l’incontro privato con il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

La giornata nuvolosa con temperature gradevoli ha consentito di svolgere all’aperto la prima parte della cerimonia: durante la quale, oltre alla parata militare, tre jet hanno avvolto in una scia bianca e gialla il cortile di questo imponente palazzo presidenziale, composto da cinque edifici le cui enormi dimensioni si possono apprezzare soprattutto dall’alto. Ci sono infatti 76 cupole ricoperte da 18.000 metri quadrati di mosaico in vetro e oro. All’interno degli edifici, ci sono altri 6.000 metri quadrati di mosaico di rivestimento a parete con decori elaborati in smalto, marmo, pietre preziose e mosaico d’oro.

Gli Emirati Arabi Uniti sono in testa a una particolare classifica: si tratta dello stato con la più alta percentuale di immigrati al mondo. Secondo dati delle Nazioni Unite, l’80 per cento della popolazione del paese non è nata né morirà qui, e si trova in questo territorio solo temporaneamente, dal momento che i visti di lavoro hanno una durata limitata e ottenere la cittadinanza è praticamente impossibile per gli stranieri.

Per questo motivo, la distribuzione della popolazione è piuttosto peculiare e i flussi migratori dipendono in gran parte da motivi economici: la maggioranza degli immigrati è in età lavorativa e ci sono all’incirca tre uomini per ogni donna. Il principale gruppo nazionale non sono gli emiratini, bensì gli indiani, che rappresentano poco più di un quarto della popolazione. Negli ultimi anni è approdato in questo paese anche un elevato numero di cristiani in cerca d’impiego. Di fatto vivono negli Emirati Arabi più di 900.000 cattolici di diverse nazionalità, che rappresentano circa il 10 per cento della popolazione totale, a fronte di un 76 per cento di musulmani e di un 15 per cento che professa altre fedi.

Tuttavia, queste particolarità sono un fenomeno relativamente recente, legato allo sviluppo del paese grazie al petrolio. Sebbene le comunità straniere negli Emirati siano sempre esistite, i lavoratori immigrati hanno cominciato ad aumentare esponenzialmente solo in seguito al boom petrolifero degli anni Settanta del secolo scorso, che si tradusse immediatamente in una scarsità costante di manodopera. Da allora, il numero degli stranieri ha continuato a crescere, anche perché questi ultimi accettano compensi molto più bassi rispetto ai cittadini emiratini, i quali inoltre tendono a rifiutare impieghi manuali nel settore privato. I più di sei milioni di immigrati che risiedono negli Emirati Arabi non formano però una comunità omogenea. Esistono enormi differenze fra i lavoratori stranieri, a seconda di occupazione, nazionalità e sesso. Al tempo stesso, nonostante l’eccezionalità del paese, la sua politica migratoria è molto legata a quella di altri paesi economicamente ricchi.

dal nostro inviato
Silvina Pérez

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26 gennaio 2020

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