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Nel ripostiglio di Guccini

· Il «Dizionario delle cose perdute» del cantautore emiliano ·

Quando il telefono era di bachelite e si giocava con due bastoni di legno

Benvenuti nel ripostiglio «delle cose perdute« di Francesco Guccini, austero e inossidabile decano (non soltanto in senso anagrafico) della più nobile generazione dei cantautori italiani. Ma attenzione: conviene entrarvi con delicatezza e riguardo, evitando di lasciarsi sorprendere a rovistare disinvoltamente tra carte ingiallite o antiche suppellettili. Perché, da buon padrone di casa, Guccini è geloso delle «tante piccole cose» — oggetti, luoghi, situazioni, emozioni, sapori — rimaste stipate nei cassetti dei ricordi. E le custodisce «con affettuosa rimembranza», consapevole che «come tante altre cose andate, più che andarsene ci sono volate via».

Cantastorie per vocazione prima che per mestiere, Guccini ha attraversato più di una generazione conservando animo integro e sguardo disincantato. Insieme a un naturale talento di penna vivace e aguzza. Doti non comuni ai nostri tempi, che gli consentono di misurarsi col passato evitando la tentazione della retorica, ma anche scampando alla trappola del nostalgismo a buon mercato. E difatti, più che a un museo, il suo recente Dizionario delle cose perdute (Milano, Mondadori, 2012, pagine 144, euro 10) rimanda a una semplice soffitta di casa. Di quelle dove di tanto in tanto ci si rifugia, non foss’altro che per tornare a respirare l’odore — sia pure frammisto a polvere e muffa — delle cose buone di una volta. Una sorta di camera stagna del tempo: terminale domestico di oggetti familiari finiti lì non per essere accantonati o esposti, ma per concedersi il meritato congedo dal presente. Con tanto di riconoscenza ufficiale da parte di chi ne ha sperimentato di persona i preziosi servigi. E non senza la segreta illusione che quell’onore delle armi basti a preservarli miracolosamente dall’usura dell’oblio.

A frugarvi bene, ci si trova un po’ di tutto.

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18 agosto 2019

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