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Nel ricordo delle vittime del Mediterraneo

Festa dei popoli: era espressa già nel canto d’ingresso una delle coordinate della messa per i migranti celebrata da Papa Francesco nella basilica vaticana la mattina di lunedì 8 luglio, nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa. L’altra coordinata era quella del ricordo delle vittime dei naufragi nel Mediterraneo, rievocati durante la preghiera eucaristica, significativamente nella Giornata internazionale dedicata a questo mare, a lungo ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa e oggi purtroppo cimitero a cielo aperto, tomba per tanti disperati in cerca di un presente e di un futuro migliore.

Organizzata dalla sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, la celebrazione si è svolta all’altare della Cattedra, in un’atmosfera di grande raccoglimento, a tratti interrotto dal pianto di alcuni dei dieci piccoli, bambini e bambine, seduti nei primi banchi in braccio o accanto alle madri e alle volontarie che se ne prendono cura.

Con il Pontefice hanno concelebrato una dozzina di vescovi — tra i quali Guerino Di Tora, ausiliare di Roma e presidente della fondazione Migrantes, e Melchisédec Sikuli Paluku, di Butembo-Beni, nella Repubblica Democratica del Congo — e una trentina di sacerdoti impegnati ogni giorno su questo fronte pastorale a incoraggiare, sostenere, accompagnare e accogliere: tra questi, i sottosegretari nel dicastero organizzatore, il gesuita Czerny e lo scalabriniano Baggio.

Vi hanno partecipato circa 250 persone tra migranti, rifugiati e quanti si sono prodigati per salvare le loro vite. Per volontà del Papa la messa si è svolta in forma riservata, quasi privata, per questo non è possibile raccontare le storie dei protagonisti. Sono approdati in Italia provenienti dall’Africa, soprattutto, ma anche dal Medio oriente, dall’Asia e dall’America latina, per la maggior parte in fuga dalla guerra e dalla miseria. Al termine, nel salutarli tutti personalmente, Francesco è apparso visibilmente commosso.

Prendendo posto sotto la statua di san Domenico di Guzmán, fondatore dell’ordine dei predicatori, il Papa ha celebrato usando un pastorale di legno donatogli proprio a Lampedusa, in quella che fu la prima uscita in Italia del Pontificato. Nell’orazione colletta ha invocato «Dio, Padre di tutti gli uomini» — perché, ha spiegato, «per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità» — affinché guardi «con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione e i bambini abbandonati e indifesi»; invocando che «sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi».

Alla preghiera dei fedeli sono state elevate, tra le altre, intenzioni in italiano per il vescovo di Roma «pastore e profeta a favore delle vittime della cultura dello scarto», in portoghese per i soccorritori nel mar Mediterraneo e in inglese per le persone che sono state soccorse «affinché siano accolte da tutti noi con amore, come un dono ricevuto» dal Signore.

Il rito è stato diretto da monsignor Marini, maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, coadiuvato dai cerimonieri Peroni e Dubina. Particolarmente espressivi i canti eseguiti dal Grande coro dell’associazione Hope (speranza) di Torino, attiva in seno alla pastorale giovanile della Chiesa italiana. Soprattutto quello iniziale, quando con una toccante immagine auspicava «una vita di fraternità» per dare «ali a una nuova umanità», a questo «mondo che cammina nelle tenebre».

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19 febbraio 2020

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