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Nel profondo dello Spirito

· La visione di Edith Stein ·

Nei molteplici scritti teorici di Edith Stein, l’espressione “cuore” è poco comune, perché di solito lei non pone in rilievo l’affetto o il sentimento; nella maggior parte dei suoi documenti (escludendo le preghiere e le poesie) è rigorosamente riflessiva.

Edith Stein

Ma nel suo capolavoro Essere finito ed essere eterno, scritto nel 1936-1937, si scopre l’espressione Herzmitte (“centro del cuore”). Cuore viene di solito usato come metafora di anima, ed è così possibile costruire un ponte verso la teoria dell’anima come centro inesauribile dell’essere umano. Questa antropologia porta, attraverso alcune riflessioni fenomenologiche, alla teologia dell’unità trinitaria in Dio. Ma soprattutto questo “cuore/anima” conduce in parte a Teresa d’Ávila, maestra psicologica e spirituale di Edith Stein.

La grandezza del “cuore” è quindi sia intellettuale che affettiva. Anche la chiara affinità con Agostino mostra la similitudine e la differenza nell’approccio di Edith Stein alla realtà umana e divina. La domanda se tale approccio può essere definito “femminile” richiede una risposta dettagliata.

In un testo straordinario e quasi sconosciuto del 1937, intitolato Pfingst-Novene (“novena di Pentecoste”) Edith Stein vede espresso nello Spirito Santo l’archetipo di donna. In sette versi innodici privi di rima e ritmo, la religiosa carmelitana domanda per sette volte «chi sei?» o «sei tu?», e di solito alla domanda aggiunge immagini o espressioni nelle quali si sente battere il suo cuore. Per esempio: «Sei forse tu la dolce manna, che emana dal cuore di tuo Figlio nel mio cuore?». Oppure riflette rifacendosi ai suoi scritti filosofici: «Dove tutti sentono il segreto significato del suo essere in modo delizioso». Il tono innodico le è familiare per aver lei stessa tradotto molti inni. Ma non condivide solo le immagini classiche, bensì le combina con il vivace ricordo di sua madre: l’aiuto altruistico, infinito, il calore naturale. Tutte queste esperienze si assommano nell’“avvocato”, lo Spirito santo: «Chi sei, dolce luce che m’inondi e rischiari la notte del mio cuore? Tu mi guidi come la mano di una mamma. Ma, se mi lasciassi, non più di un passo solo avanzerei».

In una sua riflessione questa idea ha radici ancora più profonde: «Nell’essere donna, ciò che è amore servizievole; non è un’immagine appropriata della divinità? Amore servizievole significa aiutare tutte le creature a giungere alla perfezione. Ebbene, tale è l’ufficio dello Spirito santo. Conseguentemente, nello spirito di Dio che si sparge su tutte le creature, potremmo vedere il prototipo dell’essere femminile. La sua immagine più perfetta la troviamo nella purissima Vergine (...); a lei più vicine sono le vergini consacrate (...). Sono sua immagine anche quelle donne che stanno accanto a un uomo che è immagine di Cristo, e che edificano il suo corpo, la Chiesa, attraverso la maternità fisica e spirituale» (Probleme der neueren Mädchenbildung).

Così, in modo del tutto inaspettato, si ritrova la poetessa nella filosofa, la donna credente nella pensatrice. Vivere a partire dal proprio cuore è la qualità dello spirito, dello Spirito santo, ed Edith Stein vede in questa persona divina l’immagine originale dell’essere donna. Cuore ed essere donna sono uniti tra loro in una terza entità, lo Spirito Santo.

Non vi è alcun dubbio che, nell’affrontare tali concetti, Edith Stein vada oltre il semplice significato-evento che (già di per sé) fa saltare i metodi e i confini della fenomenologia. Non lo prende come una cosa neutrale per quanto riguarda i fatti, ma come l’emergere di un potere personale. Ovviamente le catene dell’ego individuale vengono efficacemente sciolte da ciò attraverso una «pienezza che proviene d’altrove» (Natur und Gnade).

Proprio perché si tratta di una questione di potere personale, costituisce il suo corrispondente come persona. Ciò significa che esige una risposta: «Questo è il grande segreto della libertà personale davanti a cui Dio si arresta al fine di consentirlo. Egli vuole poter regnare sullo spirito creato solo come dono liberamente offerto dell’amore di quello spirito» (Kreuzeswissenschaft). Viene così descritto in modo esplicito un processo di reciprocità. Fintanto che il significato-evento rimane un “esso”, ha solo un carattere violento, depotenziante. Ma se giunge come “tu”, dischiude la possibilità di un amore libero, reciproco. L’essere umano riecheggia Dio, ma anche Dio riecheggia l’essere umano. Il solo avvicinarsi a immaginare ciò è, di fatto, un significato-evento che porta all’insondabile.

In sintesi: «Nel nascondimento e nel silenzio si compie l’opera di salvezza. Nel silenzioso dialogo del cuore con Dio vengono preparati gli elementi vivi dai quali cresce il regno di Dio, vengono forgiati gli eccellenti strumenti che aiutano a innalzare l’edificio» (cfr. Das Gebet der Kirche). In altri termini: «Il giorno in cui Dio arriverà ad avere potere illimitato sul nostro cuore, anche noi arriveremo ad avere potere illimitato sul suo cuore».

di Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz

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