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Nel pianto e nella gioia

Fu dapprima il lievissimo contatto

d’una mano sulla spalla.

La figura dell’arcangelo Gabriele

(quello che Mariàm aveva visto, udito, interrogato, e lui sognato solamente)

svanì d’un tratto

prima di potergli consegnare il suo messaggio.

Sentiva ora quella stessa mano

risalire con delicatezza lungo una sua guancia,

carezzargli la barba contropelo. Si lasciò sfuggire

un mugolio insieme di piacere e disappunto,

mentre pigramente, quasi suo malgrado,

apriva gli occhi.

Nel gelo acuto e nell’incerta semioscurità

in cui la grotta continuava a galleggiare

(dall’imboccatura un debole chiarore

aveva appena incominciato a filtrare nell’interno)

il soffio tiepido d’un fiato

che di gelsomino profumava,

tra naso e orecchio percepì: «Svégliati, Josèf».

Lui si riscosse, sospirando di stanchezza

per il poco sonno.

«Sei ancora tu, arcangelo Gabriele?» farfugliò.

«Io non ho le ali, amore mio.

Sono la tua sposa».

«Scusami, Mariàm» si giustificò Josèf,

e s’era nel frattempo alzato in piedi,

si stava stiracchiando.

«Sai, sognavo, e in sogno m’era apparso...

Ma dimmi, ti prego: il nostro piccolo Jesùs?».

«Ecco, è di lui, proprio di lui

che ti vorrei parlare».

«Qualcosa che non va? Sta male?»

chiese allarmato.

«No, Josèf, non c’è da preoccuparsi.

O forse sì... vedi, è che... Insomma, ti ricordi

ieri notte, quando ad adorarlo vennero i pastori,

e io lo liberai da fasce e bende

per mostrarlo a loro?».

«Certo che ricordo. Intendi, penso,

riferirti a quel fatto prodigioso:

il nudo corpicino tutto risplendente,

come se la luce del sole riflettesse,

anzi, come fosse diventato lui, Jesùs,

un sole di carne che fendendo

il buio della grotta

irraggiava luce intorno a sé,

una forte, strana luce d’oro

che invece di accecare riscaldava».

«Sì, ma dopo che la folla degli adoratori

si disperse e ci lasciò,

dopo che restammo soli, noi con lui soltanto,

la sua pelle smise di brillare. Ritornò... normale».

«Infatti. Nel momento in cui s’addormentò,

s’era ormai spenta quella calda luce misteriosa.

Tremava il Bimbo.

Lo avvolgemmo in un guscio di coperte».

«E oggi, poco prima che albeggiasse,

mentre lo accostavo al seno

per nutrirlo col mio latte,

scivolarono a terra le sue bende,

e in quell’istante...».

«Ha di nuovo ripreso a splendere di luce?».

«Proprio così. E tuttavia... guarda tu stesso».

Mise Mariàm a nudo

il capo e il collo del neonato,

dopo averlo raccolto con trepida cautela

dalla mangiatoia.

«Vedi, Josèf? Continua a emanare

un alone luminoso, ma non è più caldo,

non è più dorato.

Ha riflessi cupi, rossoscuri, come di...»

«Come di sangue» completò

l’indicibile pensiero della sposa il falegname,

con un brivido d’orrore e di sgomento.

«Cosa pensi che significhi, Mariàm?».

«Temo che qualcosa» gli rispose,

anche lei rabbrividendo,

«qualcosa di tremendo stia per accadere».

Fu verso l’ora terza

che il sinistro presagio s’avverò.

Udirono un sommesso scalpiccio

di passi strascicati.

Un uomo s’era affacciato all’ingresso della grotta, ed era entrato.

Avanzava incontro a loro lacero, ansimante. Barcollava.

Striature di lacrime solcavano il suo volto.

Reggeva tra le braccia

il corpo inerte di un ragazzo.

Senza una parola lo adagiò per terra,

in mezzo fra Mariàm e suo marito.

Li fissò stravolto.

Trasse un respiro dal profondo dei polmoni.

Poi prese a raccontare.

Era già venuto, spiegò, la notte precedente,

insieme a un gruppo di pastori.

Erano stati indirizzati a quella grotta da un’apparizione d’angeli: cantando, li avevano esortati ad adorare, lì dov’era nato,

il Salvatore, il Cristo, il Re glorioso

(«È per questo, dunque

— si disse la madre di Jesùs —

che mi sembrava d’averlo già veduto»).

C’era anche suo figlio, il suo Eleazàr,

ed era ancora vivo.

Lungo la strada del ritorno

verso gli stabbi del bestiame

furono assaliti da una banda di predoni.

Pecore e agnelli, povera ricchezza dei pastori,

agitando torce, urlando nelle tenebre,

volevano rubare.

Con daghe e con pugnali

scannarono chiunque si opponesse.

Lui tentò, vincendo la paura,

di difendere il suo gregge.

E quando un tagliagole gli si parò dinanzi,

lo salvò suo figlio che gli fece scudo

e in pieno petto ricevette un fendente micidiale.

Lui scampò perché si finse morto

giacendo sotto il corpo

del ragazzo pugnalato, senza vita.

Dopo che i feroci razziatori

scomparvero nel nulla con le loro prede,

lui si caricò il cadavere del figlio sulle spalle.

D’impulso, ripercorse a ritroso il suo cammino

fino al luogo dell’adorazione.

Solo lì pensava di poter lenire

il dolore lancinante che provava

per il suo ragazzo così barbaramente trucidato.

Solo lì avrebbe ottenuto che venisse benedetto

prima di andare nella terra dei suoi padri

a seppellirlo.

«Noi dovremmo... benedire la salma...

di tuo figlio?».

Mariàm, sorpresa, addolorata, si volse lacrimando

— come per materno, illuminato istinto —

verso la rozza mangiatoia

ch’era stata trasformata in culla.

E vide che... «Josèf, guarda, il Bambino!».

«Sì» le confermò,

«è di nuovo raggiante di dorata luce».

Frenando il pianto rifletté la madre brevemente, poi: «Recitiamo, Josèf» disse, «il nostro salmo:

il salmo con il quale noi pregammo

quando tu venisti a riferirmi le parole dell’angelo

che t’era apparso quella notte in sogno,

quando il nostro pianto

si mutò in consolazione e pace

e tu mi accarezzasti, sorridendo, il grembo».

E mentre suo marito annuiva

e intonava in sintonia con lei:

«Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia...»,

la madre sulla greppia si chinò,

con risolutezza sollevò il Bambino addormentato,

curvandosi a terra lo depose con delicatezza

su un lenzuolo,

avvicinandolo al fanciullo inanimato.

«Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,

come i torrenti del Neghev».

Infine, con fatica, lei reduce dal parto,

a metà s’inginocchiò

la madre tra la nuova vita e la recente morte.

Con la mano sinistra strinse di suo figlio

la minuscola sinistra,

con la destra chiusa a pugno

avvolse la ghiacciata mano destra

del figlio del pastore.

«Chi semina nelle lacrime

— continuarono a scandire

le sue labbra, sullo stesso ritmo della voce ferma

e pacata di Josèf — mieterà nella gioia».

Cominciava, intanto, a sentire accrescersi

il calore che dalla tenera manina di Jesùs

passava alla sua mano.

Aveva l’impressione che un fuoco,

di lì, l’attraversasse,

una potenza, un’energia vivificante

che per tramite di lei,

mediatrice di grazia e di salvezza,

nella mano dura, nel corpo irrigidito come pietra

un soffio trasfondeva, un alito possente

di quello stesso Spirito che,

disceso in forma d’ombra su di lei,

l’aveva resa madre del Figlio dell’Altissimo.

«Nell’andare se ne va piangendo,

portando la semente da gettare».

La preghiera a due voci si sovrapponeva, s’intonava

al respiro regolare del Dormiente.

Si stava ora intiepidendo

anche la mano del ragazzo.

Lentamente le guance riprendevano colore.

Un fremito percorse il braccio.

Palpitando, accennarono a dischiudersi le ciglia.

«Ma nel tornare» conclusero i due sposi,

scambiandosi uno sguardo d’amorosa intesa,

di complicità,

mentre al pastore un timido,

ancora incredulo sorriso

fioriva tra il groviglio della barba e i baffi,

«viene con gioia, portando i suoi covoni».

Ecco, aveva aperto d’improvviso

gli occhi il morto.

Si girò dalla parte del Bambino,

anch’egli a occhi adesso spalancati

e più che mai raggiante.

E prima di levarsi in posizione eretta,

prima di sciogliere l’intreccio delle mani,

prima d’inchinarsi a baciare

il piccolo Signore della Vita

preso in braccio e stretto al cuore da Mariàm,

prima che suo padre

si gettasse singhiozzando tra le braccia

di quell’altro padre lievemente imbarazzato

ma felice,

prima che un sottile raggio del sole appena sorto

penetrasse dall’arco dell’ingresso,

fondesse il suo bagliore

con l’arcana doratura della pelle del Neonato,

e a poco a poco la spegnesse

una breve, unica parola d’aramaico

quel ragazzo ch’era stato ucciso,

e che stava per essere sepolto in una tomba,

con amore pronunciò: «Jeshuà».

di Marco Beck

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22 ottobre 2019

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