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Nel paese di Utopo

· Thomas More e il Novecento ·

Sembrerebbe strano riproporre l’ennesima edizione di Utopia apparso poco più di mezzo millennio fa. Ma, questa recente edizione, curata magistralmente da Antonio Casu, Thomas More, Utopia, con il testo latino a fronte tradotto da Ortensio Lando (Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2018, pagine XXIII-211, euro 15) ha caratteristiche particolari. Esce nel cinquecentesimo anniversario della prima italiana riproponendo proprio la traduzione di allora, con accorgimenti e note che consentono la comprensione del lessico del tempo. Inoltre, grazie all’intensa premessa del curatore, si può capire perché ci si trova davanti a un effettivo classico. Un testo, cioè, fuori del tempo e, perciò capace di parlare a ogni tempo.

Ambrosius Holbein, incisione per l’edizione  1518  del libro «Utopia» di Tommaso Moro

Lo scritto di More esce nel 1516, in un decennio assai particolare, quasi assieme all’Elogio della follia (1511), a Il Principe (1513) e ancora a Le istituzioni del principe cristiano (1516), un anno prima della Riforma (1517) e nel periodo in cui un navigatore esperto come Vespucci, dava al nuovo continente il nome di America, avendo appurato che si trattava di una nuova terra. Nuova è appunto questa isola che non c’è, divenuta isola perché Utopo, il suo fondatore, l’ha resa tale tagliando un istmo, ultimo legame con la terraferma.

Si dice che, in fondo, tutte le utopie si somiglino. Forse è vero, ma questo non vale per Moro. Quest’uomo, che giova ricordare è laico e santo, ha spinto Luigi Firpo a chiedersi se si tratti di un utopista o di un lucido realista, dilemma non banale.

Siamo, infatti, di fronte a un’utopia assai singolare. Non si accomuna alle altre con l’abolizione della proprietà privata e della famiglia, che resta anzi un cardine del contesto civile. È un luogo felice, ma non di perfezione, come pretenderanno gli utopisti di ogni tempo. Per More non è un’isola perfetta, altrimenti non ci sarebbe il diritto/dovere di migliorarla. L’utopia è intesa come motore, spinta. Lo evidenzia assai bene il curatore sottolineando il rapporto tra norma e utopia e vedendo nella prima non solo l’intento regolativo, ma pure migliorativo.

Ne deriva una profonda differenza con la ragion di stato che andava affermandosi e che troverà la sua giustificazione definitiva in Hobbes. Qui lo ius è una difesa di fronte all’arbitrio di chi abusa della lex. Qui, insomma, nessuno, neppure il sovrano, può sentirsi al di sopra delle leggi. Fuori di queste e della loro moralità si riprecipita nella bestialità. Inoltre More, a differenza degli altri utopisti, non pretende di imporre la propria visione. Ripete: io narro, non difendo. La sua è una proposta, non la fantasia impositiva di un paradiso terrestre.

Si capisce così la concretezza dei suoi consigli validi in ogni tempo. In Utopia tutti possono studiare, ma ciascuno impara un’arte, soprattutto chi non riesce negli studi. Nell’isola non esistono “giochi di fortuna e perniciosi” che potrebbero distogliere dal senso del lavoro, che è appena di sei ore al giorno! Rivalutando la carità cristiana, nell’isola si ha cura degli ultimi e degli infermi. Si cura l’aspetto ecologico e l’igiene, si è liberi negli spostamenti e, soprattutto, si conoscono le leggi perché, echeggiando Cicerone, sono poche e chiare.

Ecco perché questa è l’isola che non c’è. Perché, per arrivarvi, occorre tagliare l’istmo: taglio necessario con i nostri pregiudizi, con le presunzioni del nostro passato, con i nostri peccati, come aveva pensato Dante, passando attraverso i due fiumi, per entrare in Paradiso.

di Rocco Pezzimenti

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23 ottobre 2019

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