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Nel paese del vento

· ​A ottant'anni dalla morte della scrittrice Grazia Deledda ·

«Tutto nella mia mente si assimilava in fantasia — scrive Grazia Deledda — i più piccoli avvenimenti si svolgevano in temi grandiosi; i minimi segni della realtà prendevano forma di simboli, di profezie, di auguri. E tutto mi esaltava, per deprimermi dopo, appena la fantasia si spegneva (...) Ma quello che io volevo nascondere mi apparteneva esclusivamente: quindi, negli scrupolosi esami di coscienza prima di andare a confessarmi, non mi consideravo ipocrita, meno ancora, ambiziosa: tutt’altro: sapevo anzi che era un tesoro ereditario, quello che custodivo in me, cioè la ricchezza meravigliosa delle stirpi vergini, l’elevarsi dello spirito fra gli ardori della carne, come la luce dalla fiamma: e insieme all’istinto della purezza e quindi della conservazione fisica, la ricerca di un punto non raggiungibile, che è la stessa ricerca di Dio». Basterebbero queste poche righe tratteggiate ne Il paese del vento per comprendere la personalità di una donna dal carattere forte e volitivo che pensa al suo sfortunato amore giovanile per Stanis Manca dell’Asinara. Siamo nel cuore della Sardegna più aspra, siamo al centro dell’anima di una scrittrice, premio Nobel per la letteratura nel 1926, che, a ottant'anni dalla morte (arrivata dieci anni più tardi, nell’agosto del 1936) non può essere dimenticata dalle giovani generazioni tanto è forte il suo messaggio esistenziale e religioso legato a una tradizione che fa dei valori dello spirito una bussola per orientarsi nelle tempeste della vita. 

La vita dei suoi personaggi, come forse la sua stessa esistenza, ha bisogno di una vicenda morale che acquisti significato, come vediamo nei suoi grandi e più importanti romanzi: da Elias Portolu a Il vecchio della montagna, da Canne al vento a Cenere, e così via.
Quel mondo legato alla Barbagia ancestrale, vissuta, subita, ma amata intensamente dall’autrice forse non esiste più; ma i vizi, i peccati, le passioni violente degli uomini sono gli stessi, e così pure dovrebbero essere le espiazioni che, forse, altrettanto, e nemmeno più sono valore forte — redentivo — per l’uomo odierno troppo spesso lontano da Dio (punto forte de La via del male) lontano da quella religiosità che, pure, resiste a onta dei massicci attacchi della cultura laica. Deledda scrive, infatti: «Con la coscienza sempre più viva del bene e del male e della tremenda espiazione che in questa terra dobbiamo fare di ogni nostro peccato per decreto del Dio che è in noi, il Dio dei viventi».
Così tra fatalità, a volte tragica, e la sorte — o il destino — dell’uomo si svolge il suo percorso di scrittrice fino ad arrivare all’essenzialità di una religiosità che si tramuta in libertà, intima, spirituale, significativa e anche efficace.
«Sembra — nota Goffredo Bellonci parlando delle sue opere — che ci voglia raccontare parabole esemplari con animo religioso. Il giudizio universale è sulla terra a tutte le ore, e Dio non è il Dio dei morti, è il Dio dei viventi (...) è dentro di noi, è quello che noi chiamiamo la nostra coscienza: basta ascoltarla per ascoltare Dio».
Ma badate, «noi viventi non possiamo nulla senza la volontà di Dio, di questo Dio che è in noi» ed è sempre vivo, come sole che illumina, accarezza e riscalda il nostro esistere. L’intera opera di Grazia Deledda, allora, si presenta come un continuum, un filo armonico che lega i vari tratti dei personaggi e le loro vicende, i loro sensi di colpa e le crisi interiori in vista di una forza, appunto, liberatrice che riscatta dal degrado morale, che salva e che potrebbe essere modellata sugli antichi profeti e personaggi biblici.
Non a caso, i personaggi hanno nomi evocativi: Elias, Mania, Ruth, Ester, Noemi, a cui si aggiungono padre Zironi, Zebedeo e altri protagonisti che, nella loro interiorità, svelano l’anima degli antichi patriarchi legati al nostro mondo religioso giudaico-cristiano.
E, infine fa da sfondo a tutte queste narrazioni, ai suoi romanzi più belli e suggestivi, il paesaggio: la Barbagia brulla e amara, arcaica e bellissima, luogo dell’anima più che semplice spazio geografico.

di Matteo Coco

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25 agosto 2019

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