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Nel Paese arcobaleno

· A colloquio con il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon in Myanmar ·

Una Chiesa dei poveri e per i poveri, che fa sentire la sua voce per difendere la dignità delle persone di fronte alle ingiustizie. È la realtà della comunità cattolica del Myanmar descritta al nostro giornale dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon in Myanmar, che ha ricevuto la porpora nel concistoro dello scorso 14 febbraio.

Lei è il primo vescovo del Myanmar che diventa cardinale. Qual è il significato della scelta del Papa?

Il logo utilizzato per le celebrazioni del quinto centenario della presenza della Chiesa cattolica in Myanmar

Personalmente sento che questo gesto nasce dalla vita e dalla missione di Francesco. Egli guarda alla realtà della Chiesa dalla prospettiva delle “periferie”: questa visione radicale anima tutte le sue decisioni. È certamente un onore per il popolo del Myanmar. Per cinque decenni abbiamo vissuto sotto una dittatura soffocante, con una pesante discriminazione nei confronti dei cristiani. Molti considerano la sopravvivenza e la crescita della Chiesa un miracolo. Di fatto, l’onore che ricevo è una chiamata a servire gli uomini e le donne del nostro Paese. È anche un omaggio ai miei fratelli vescovi, la cui pazienza e avvedutezza ha aiutato la Chiesa a sopravvivere. Penso che tributando questo onore, il Papa ci ha chiamati a un servizio più grande alla Chiesa e alla nazione in questo tempo critico della storia.

I cristiani sono una minoranza nel Paese. Che cosa fate per promuovere il dialogo con le altre religioni?

Il nostro impegno è triplice: dialogo con i poveri, dialogo con le culture e dialogo con le religioni. Il dialogo con i poveri è stato intenso: siamo una Chiesa povera, viviamo in mezzo a loro, li educhiamo, li prepariamo attraverso diversi programmi sociali. In molti campi, tra i poveri nelle aree più remote l’unica a essere presente è la Chiesa. Il dialogo con le culture è molto importante. Siamo un Paese “arcobaleno”: sette tribù principali con 135 clan tribali. Siamo una Chiesa variopinta. Questo è una benedizione e una sfida. La Chiesa deve essere inculturata e anche forgiare un’identità comune. Sono sforzi che si stanno compiendo in molti modi. Abbiamo Chiese locali forti. Gli incontri comuni, come la celebrazione del quinto centenario dell’evangelizzazione del Myanmar, sono fonte di interazione. Vengono organizzate conferenze annuali per i giovani e incontri religiosi. Con la religione buddista, che è quella maggioritaria, manteniamo un contatto costante attraverso monaci che hanno la nostra stessa visione. Grazie al gruppo chiamato Religions for peace (“religioni per la pace”) si svolgono incontri regolari. Continuiamo a far sentire la nostra voce contro la violenza, in particolare contro gli attacchi ai musulmani da parte di gruppi di fondamentalisti.

di Nicola Gori

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21 settembre 2019

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