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Nel lato oscuro del sogno americano c’è la solitudine

· Non solo un’indagine sulle sette nel film «The Master» di Paul Thomas Anderson ·

Tornato con i nervi a pezzi dalla seconda guerra mondiale, Freddie Sutton (Joaquin Phoenix) fatica a reintegrarsi nella società. Non riesce a tenersi un lavoro, rischia di venire accusato di omicidio colposo, perde i contatti con un amore di gioventù, unico elemento di purezza in un’esistenza ormai marcia. L’occasione di un riscatto sembra arrivare attraverso l’incontro con Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), capitano di nave ma soprattutto guru di un rivoluzionario culto cui gli appassionati adepti si riferiscono sempre come «la causa».

Sottoposto a estenuanti pratiche psicofisiche che dovrebbero elevare il suo spirito, Freddie rischia invece di perdere definitivamente la consapevolezza di se stesso. Ma forse troverà la forza di allontanarsi dal maestro e dalla sua asfissiante comunità neofeudale.

Nonostante un esperto di nuove religioni possa effettivamente divertirsi a scovare fra le maglie della fitta sceneggiatura riferimenti a pratiche, dogmi, slogan di culti o pseudo tali di moda oggi oltreoceano, The Master , il nuovo film di Paul Thomas Anderson, non è un film che parla di spiritualità organizzata, se non in maniera accessoria.

Come nel precedente, splendido e sottovalutato Il petroliere ( There will be blood , 2007), ad Anderson interessa piuttosto delineare una parabola dell’individualista americano. E lo fa di nuovo con una profondità e una lucidità antropologica che finisce per affiancarlo ulteriormente a quel censore dell’ homo americanus che fu John Huston, già in passato intravisto come suo nume tutelare dalla critica più attenta.

E questo tipo di personaggio ci viene presentato ancora una volta nel suo lato patologico ma allo stesso tempo eroico. Ossia come un freak che viene rifiutato dalla storia ma che proprio per questo dalla storia e dalle sue deterministiche giunture ha la capacità di emanciparsi.

quando ormai ci eravamo rassegnati a un cinema fatto di gnomi in superdefinizione, Anderson ci regala un attimo di respiro con un’opera finalmente adulta, densa di significati, ma che anche stilisticamente contravviene del tutto alle mode imperanti. Con un montaggio ridotto all’osso, obiettivi sempre molto stretti, cinepresa ad altezza di sguardo, inquadrature ormai obsolete come il piano americano, il regista recupera un’espressività da primo cinema classico, anni Trenta, squarciata soltanto da piani sequenza allucinati con cui sottolinea la soggettività febbrile del protagonista. È un taglio che non ha nulla di citazionista, ma rappresenta semplicemente il mezzo con cui assicurarsi quel giusto grado di astrattezza che permetta di elevare la vicenda sul piano appunto del simbolico.

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21 agosto 2018

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