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Nel Giappone secolarizzato

· Come cambia la missione ·

Anticipiamo ampi stralci di un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della Civiltà Cattolica in cui si approfondisce il significato della missione evangelizzatrice nel contesto di un Giappone secolarizzato erede del politeismo scintoista.

La parola “missione” viene usata spesso, ai nostri giorni, per ogni tipo di progetto pionieristico o di nuove attività che introducono l’umanità in una nuova fase della storia, come l’invio di uomini sulla luna o ad altri luoghi di destinazione nel cosmo. 

In questo senso, in giapponese moderno “missione” si scrive in katakana — la scrittura sillabica fonetica giapponese — con mission, cioè con la medesima parola inglese. Per tradurre “missione” in senso cristiano, nel giapponese moderno si offrono tre possibilità: dendō (insegnare la via), fukyō (diffondere la verità) e senkyō (annunciare la verità). I tre termini vengono usati in maniere diverse, soprattutto nelle Chiese cristiane. Dendō deriva dalla terminologia buddista ed è stato adottato soprattutto dai missionari protestanti. Il termine non è molto diverso dal secondo, ma viene preferito ancora dalla generazione più vecchia dei cristiani evangelici. I cattolici all’inizio parlavano piuttosto di senkyō. Perciò gli annunciatori del messaggio, i missionari, per lungo tempo furono chiamati senkyōshi. In seguito, dopo la seconda guerra mondiale e sino alla fine del secolo xx, si parlava per lo più di fukyō, ma poiché kyō indica la dottrina e la sua verità, la differenza tra senkyō e fukyō non è poi così grande come può sembrare a prima vista. In ambedue i casi si tratta della diffusione della dottrina.

Il metodo seguito prima del concilio, che mirava a risultati visibili e concreti, cioè a un gran numero di battezzati, richiedeva un impiego considerevole di personale, ma in Giappone in realtà esso non era efficace. Perciò oggi si vanno sperimentando nuovi tentativi. Tuttavia l’“annuncio della parola” non dovrebbe terminare soltanto nel “dialogo”, sebbene questo procedimento sia essenziale.

Anche se la “missione” ha ottenuto un grande risultato nel Giappone del xvi secolo, non è più possibile raggiungere un simile successo nei tempi odierni, caratterizzati da un rapido progresso della cultura materiale e da un elevato livello di vita. Proprio per questo l’antiquata concezione della missione, che proviene dall’epoca coloniale occidentale del xix secolo e sopravvive nel subconscio di molti missionari, stranieri e autoctoni, deve essere sostituita da una nuova concezione del popolo con il quale e per il quale si lavora. La nuova strategia dell’annuncio del Vangelo deve diventare espressione del bisogno di religione degli uomini di oggi. Il dialogo deve approfondire la nostra concezione delle altre religioni e della comune esigenza umana di valori religiosi. Ma il problema è come procedere su questo punto.

di Shun’ichi Takayanagi

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28 luglio 2017

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