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Nel dopo elezioni
un appuntamento con la storia

· Focus ·

La Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più estesi dell’Africa subsahariana con una popolazione di oltre 80 milioni di abitanti, riuscirà a conoscere per la prima volta dalla sua indipendenza dal Belgio nel 1960 una transizione democratica e pacifica, dopo essere stata così saldamente governata da capi di stato al potere per periodi interminabili? È ormai da più di vent’anni che il paese è nelle mani della dinastia Kabila, dopo altri venti di mandato del “leopardo di Kinshasa”, Mobutu Sese Seko. Leader politici che sono rimasti al potere dividendo il loro popolo, con messaggi incitanti alla violenza, al regionalismo e al tribalismo. Dal 2013, i massacri tra comunità hanno fatto più di 2.000 morti.

Domenica scorsa si sono svolte le elezioni presidenziali, legislative e amministrative, dopo una lunga serie di rinVII nonostante l’ultimo mandato del presidente Joseph Kabila fosse ufficialmente scaduto alla fine di dicembre 2016, creando una profonda crisi politica. Un appuntamento elettorale cruciale per questo paese, che il premio Nobel per la pace 2018, il congolese Denis Mukwege, definisce in una situazione di «non guerra, non pace». Una vera «sfida» secondo i vescovi congolesi, che avevano invitato in un pressante appello a dicembre alla tenuta di «elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche» per una vera alternanza democratica. Ora i congolesi hanno bisogno di verità e di giustizia, avevano dichiarato. Un processo elettorale trasparente e credibile è infatti la condizione per legittimare finalmente le istituzioni dello stato e la garanzia del mantenimento della pace e della stabilità nello stato.

Quasi una settimana dopo il voto, i risultati dello scrutinio non sono stati ancora comunicati dalla commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni). Un ritardo che contrasta con la proclamazione quasi immediata di una vittoria da parte di numerosi candidati, come il delfino del presidente uscente, Emmanuel Ramazani Shadary, e i due principali sfidanti dell’opposizione Felix Tshisekedi e Martin Fayulu.

La Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco), che è riuscita a dispiegare non meno di 40.000 osservatori in tutto il territorio, ha rilevato subito dopo il voto «numerose irregolarità come lo spostamento di alcuni seggi elettorali in luoghi non autorizzati dalla legge, per esempio le sedi di partiti politici, così come i disfunzionamenti delle macchine per il voto in numerosi seggi». José Moko Ekanga, vescovo per la diocesi di Idiofa nella provincia del Kwilu, ha più particolarmente constatato con rammarico come «alcuni osservatori, inviati dai partiti politici, dalla Cenco o dalla missione di osservazione Symocel siano stati costretti a uscire fuori dai seggi elettorali dalle forze di polizia». Irregolarità che non sono state tuttavia in grado di influenzare, sempre secondo la Ceni, il risultato delle elezioni, e che — si congratulano i vescovi — «non hanno intaccato in maniera rilevante la scelta che il popolo congolese ha chiaramente espresso nelle urne».

Nell’appello di dicembre dagli accenti premonitori, i vescovi congolesi — ritenuti dalla comunità internazionale come osservatori più affidabili — insistevano presso le autorità di governo affinché fosse «garantita la trasparenza durante e dopo le elezioni», così come «il normale funzionamento della connessione internet e dei servizi di messaggistica che costituiscono oggi dei canali di comunicazione importanti per coloro che partecipano al procedimento elettorale, attori politici, osservatori, giornalisti». Ma come si prevedeva, già lunedì le autorità di Kinshasa hanno deciso di sospendere l’accesso a internet, per evitare «una sollevazione popolare» nel momento cruciale della centralizzazione dei risultati elettorali, un’interruzione che ha costretto la Cenco a rimandare la presentazione del suo rapporto preliminare. Anche la stampa internazionale è stata sottoposta a restrizioni, in particolare la radio francofona Rfi, molto ascoltata nella Repubblica Democratica del Congo, che non è riuscita ad andare in onda.

I primi risultati potrebbero essere diffusi domenica, ha fatto sapere la Ceni, anche se il suo presidente, Corneille Nangaa, non ha escluso un rinvio riferendo di ritardi nell’arrivo ai centri dello spoglio dei dati dei seggi. «Stiamo facendo del nostro meglio per pubblicare i risultati il 6 gennaio, ma se non arrivano, non potremo farlo», ha detto Nangaa. Le cattive condizioni meteorologiche hanno rallentato la raccolta dei dati centralizzata a Kinshasa, in un paese che non ha infrastrutture stradali che faciliterebbero il trasferimento dei verbali e delle schede dai seggi ai centri di raccolta.

Gli osservatori stranieri non rallentano tuttavia la pressione sulla Ceni e sui principali candidati. «L’Africa ha gli occhi rivolti verso di voi, non deludeteci» ha dichiarato il capo della missione di osservazione elettorale dell’Unione africana, l’ex presidente del Mali Diacouda Traoré, dopo una riunione mercoledì sera con il presidente della Ceni Nangaa, i candidati Tshisekedi e Fayulu e un rappresentante di Shadary. Dall’altro lato dell’Atlantico, gli Stati Uniti hanno invitato le autorità elettorali a «rispettare» la scelta dei congolesi che si sono recati alle urne per eleggere il nuovo presidente, pubblicando dei risultati «conformi».

Ma questa risposta positiva e responsabile dei cittadini che si sono recati in modo massiccio alle urne per compiere il loro dovere civico in questo primo appuntamento storico è già di per sé una grande vittoria, «un motivo di soddisfazione nazionale», commenta la Cenco nel suo rapporto preliminare.

di Charles de Pechpeyrou

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23 agosto 2019

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