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Nel dna
la riconciliazione

· Intervento del primate Welby sul ruolo di mediazione degli anglicani nelle zone di conflitto ·

Londra, 19. Le comunità anglicane sono «profondamente coinvolte» nell’opera di riconciliazione nelle zone di conflitto, in tutto il mondo: lo ha detto l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, primate della Comunione anglicana, intervenendo nei giorni scorsi al Council on Foreign Relations di Washington. 

Fedeli anglicani in preghiera in un villaggio africano

Dopo aver sottolineato che più della metà delle province anglicane si trovano ad affrontare persecuzioni o sono in fase di post-conflitto o attuale conflitto, Welby ha spiegato che la via da seguire da parte di tutte le fedi è quella di «sfidare e sovvertire» la radicalizzazione e la violenza giustificata da presunti motivi religiosi, ognuna all’interno delle rispettive tradizioni. Nel corso della sua visita l’arcivescovo si è recato anche al Virginia Theological Seminary dove ha parlato della necessità di una Chiesa unita incentrata su Gesù, in grado di servire i più deboli e i più poveri calandosi nella loro sofferenza.

Riflettendo sulle visite da lui compiute nelle province anglicane durante i suoi primi due anni e mezzo da primate, Welby ha detto che una «sorprendente» caratteristica comune è stata il coinvolgimento nel lavoro di riconciliazione e mediazione: «Sembra quasi che sia nel dna dell’anglicanesimo, nonostante tutte le nostre differenze», ha detto, facendo l’esempio di Bor, città del Sud Sudan, devastata dalla guerra civile, dove il vescovo anglicano locale è in prima linea nell’opera di riconciliazione. Opera che — ha detto ancora Welby — «è una priorità-chiave del mio ministero», all’interno e all’esterno della Chiesa. «Quanto più guerre vedi, quanto più l’agonia che appare è al di là di ogni descrizione, e brucia l’anima», ha continuato, osservando che il suo ruolo nel sostenere gli anglicani a essere riconciliatori e mediatori consiste nel «benedire quel lavoro di riconciliazione, rafforzarlo, e, da Lambeth Palace, nell’incoraggiare e sviluppare le competenze locali dove esse si trovano ad affrontare il conflitto. Ciò significa anche dover riconsiderare noi stessi e il nostro ruolo nel conflitto».

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