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Nel cuore della Chiesa e alle frontiere della missione

· Presente e futuro della vita consacrata ·

Benedetto XVI nell'udienza ai superiori generali il 22 maggio 2006 ha ricordato che oggi abbiamo «il compito di essere testimoni della trasfigurante presenza di Dio in un mondo sempre più disorientato e confuso, un mondo in cui le sfumature hanno sostituito i colori ben netti e caratterizzati». Il Papa ha segnalato come caratteristica dei religiosi la loro appartenenza al Signore sopra ogni altra cosa spiegando che «appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza». Il Papa ci indicava così la fonte a cui deve dissetarsi la vita consacrata per compiere la propria missione profetica nel mondo di oggi.

Nel documento che raccoglie il processo vissuto durante il Congresso internazionale della vita consacrata, organizzato a Roma dalle Unioni dei superiori e superiore generali nel novembre 2004, si afferma: «Il desiderio di rispondere ai segni dei tempi e dei luoghi ci ha portati a descrivere la vita consacrata come “passione”: passione per Cristo, passione per l'umanità». Si può essere appassionati per qualcosa solo quando l'oggetto di questo sentimento occupa realmente il centro del cuore e della vita di una persona. È perciò Cristo, la sua passione per il Regno — il grande progetto di salvezza del Padre — e la sua compassione per l'umanità, il centro integratore della vita dei consacrati.

È questa la cornice in cui comprendere la vita di migliaia di uomini e donne che incarnano oggi tale vocazione nella Chiesa. Dobbiamo chiederci se oggi la vita consacrata stia rispondendo agli ideali che ci propone il Papa e che noi stessi abbiamo evidenziato nel congresso. Sono state fatte molte analisi della vita consacrata, sono stati scritti libri e articoli. Sono state formulate domande a partire dai dati statistici e dai nuovi modi di concepire la missione della Chiesa. Ci sono luoghi in cui siamo stati dichiarati «malati terminali». Sono in genere i luoghi d'origine dei nostri istituti, dai quali, colmi di speranze e di progetti, siamo partiti per condividere con altri il dono che avevamo ricevuto. Sono luoghi in cui abbiamo maturato una grande esperienza, ma nei quali oggi ci sentiamo deboli e stiamo imparando nuovamente a essere umili, come all'inizio della nostra storia. In altri luoghi siamo giudicati «ancora inesperti». Sono quelli dove l'espressione dei nostri carismi manca di maturità. Vi aumenta il numero dei fratelli e delle sorelle, ma non siamo ancora giunti a quella sintesi tra la cultura locale e l'identità storicamente vissuta dall'istituto, che ci permetta di esprimere il nostro carisma con sufficiente maturità e chiarezza. Non credo tuttavia che questi giudizi esprimano in modo adeguato la nostra situazione. Ieri come oggi, noi consacrati siamo uomini e donne che hanno sentito la chiamata del Signore e continuano a credere che vale la pena dedicare tutta la vita per rispondere a  essa. Crediamo che la nostra vita ha un significato pieno oggi perché continua a essere sospinta dallo Spirito. Siamo però anche convinti che si deve costantemente ri-creare il carisma della vita consacrata e di ciascuno dei nostri istituti, perché continui a essere portatore di vita.

In questi ultimi anni la vita consacrata è cresciuta nella sua visione del mondo e della sua stessa identità nella Chiesa. Lo sforzo che, dopo il concilio Vaticano II, hanno fatto tutte le congregazioni per esprimere il proprio carisma in forma rinnovata è stata un'avventura appassionante, che ha prodotto i suoi frutti. La vita consacrata è cambiata e, facendo un bilancio, credo di poter dire che sia cambiata in meglio. Da un punto di vista dottrinale abbiamo chiarito la nostra collocazione ecclesiale e il nostro patrimonio carismatico. Abbiamo cercato di leggere con attenzione i segni dei tempi e, dopo un attento discernimento, ci siamo mossi verso nuovi luoghi di missione cercando di inserirci nelle Chiese locali e nei loro progetti pastorali. L'opzione per i poveri è stata una motivazione costante nei nostri progetti missionari e nella ricerca di nuove ubicazioni. L'impegno per la giustizia, la pace e l'integrità del creato è ormai un elemento indiscutibile nei nostri progetti pastorali. Abbiamo progressivamente maturato una comprensione più corretta dell'obbedienza come sottomissione assoluta al progetto di Dio e ricerca della sua volontà sulla comunità e su ciascuno dei suoi membri. I progetti formativi sono stati profondamente rielaborati, privilegiando l'interiorizzazione dei valori della vita consacrata e dell'identità dell'istituto. La nostra spiritualità è divenuta più biblica e liturgica e ha saputo integrare gli appelli che giungono dalla realtà del mondo. Il ritorno alle fonti dei nostri carismi ci ha permesso di rileggerli e di trovarvi nuove vie per rispondere alle sfide di questo momento storico. Nel corso di tutto il XX secolo, la vita consacrata si è arricchita della testimonianza martiriale di molti fratelli e sorelle, che sono un grande patrimonio per i nostri istituti e per tutta la Chiesa.

All'orizzonte della vita consacrata scorgiamo sfide che ci inquietano e, al tempo stesso, sono fonte di costante dinamismo  per  la  nostra vita. Ne indico tre.

Penso che rafforzare la dimensione teologale della nostra vita sia la sfida più importante. La nostra vita è risposta a una chiamata: solo ascoltando nuovamente la chiamata e lasciando che guidi i nostri processi interiori saremo capaci di viverla con gioia e senso. La nostra vita deve essere capace di suscitare domande su Dio nel cuore di chi incontriamo.

Vi è inoltre la sfida di approfondire una spiritualità della piccolezza, della kenosi , anche nei grandi progetti che eventualmente stiamo portando avanti. La società dei consumi diffonde il falso messaggio che il successo della vita e la felicità dipendano dall'abbondanza dei beni e dalle conquiste della vita professionale. La vita religiosa dovrà smentire questa equivalenza. Religiosi spirituali, allegri e semplici, che gioiscano del loro lavoro e della convivenza fraterna saranno una grande testimonianza che la felicità è possibile senza la corsa al consumismo, senza vivere soffocati da una crudele competitività. La nostra vita dovrebbe proclamare quanto affermava santa Teresa di Gesù: «Dio solo basta».

La missione — è la seconda sfida — sta nel centro della vita consacrata e dell'identità di ogni istituto. La missione è all'origine dei nostri istituti e, quindi, ri-crearla con fedeltà e creatività è fondamentale perché il nostro apporto continui ad avere una ragione d'essere nella Chiesa e nel mondo. Siamo ben consapevoli che ci deve caratterizzare la disponibilità ad andare alle frontiere culturali, sociali e geografiche della missione. In questo senso continuerà a essere imprescindibile mantenere un atteggiamento di dialogo con la cultura e con le religioni, un impegno fermo per la giustizia e una presenza concreta fra i poveri e gli esclusi. Sappiamo che si tratta sempre di una missione condivisa con altri fratelli e sorelle, che vivono il loro impegno di fede in altre forme di vita o in altre confessioni cristiane.

Infine, la vita in comunità come segno della novità del regno. Ricuperare, coltivare e approfondire l'esperienza e la prassi comunitaria, in un contesto sociale fortemente individualista come il nostro, è un'altra delle grandi sfide che oggi la vita consacrata deve affrontare. La comunità è «scuola di umanità». In essa cresciamo e siamo al servizio della crescita degli altri. La vita fraterna in comunità è il primo messaggio missionario che la vita consacrata è chiamata a proclamare.

Sappiamo che tutto questo esige un'ascesi e un'attenzione costante ai processi di formazione, iniziale e permanente. Tutti gli istituti si stanno impegnando in questo senso. Le congregazioni si rinnovano quando si rinnovano le persone che le formano. Siamo consapevoli che senza ciò è impossibile pensare al futuro.

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