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Nel cuore dei poveri

· Sul significato dello «stare con» le persone più deboli ·

Nel suo libro A Nazareth Manifesto (New Jersey, Wiley Blackwell, 2015, pagine 336, euro 25) Samuel Wells rivela che Gesù è venuto per insegnarci non soltanto a fare qualcosa per le persone senza una casa, ma anche a stare con loro. È questo il vero segreto della Chiesa, come anche delle nostre comunità, e si spera che un giorno possa essere il segreto dell’intera umanità: stare con.

Stare con significa vivere fianco a fianco, significa entrare in relazioni reciproche di amicizia e di sollecitudine. Significa ridere e piangere insieme, significa trasformarsi reciprocamente. Ogni persona diventa un dono per l’altra, rivelando all’altro che facciamo tutti parte di un’immensa e meravigliosa famiglia, la famiglia di Dio. Siamo tutti profondamente uguali come esseri umani, ma anche profondamente diversi; tutti abbiamo i nostri doni speciali e la nostra missione unica nella vita. Questa straordinaria famiglia, sin dalle sue lontane origini, e da allora con tutti coloro che generazione dopo generazione sono stati sparpagliati su questo pianeta, è composta da persone di cultura e capacità diverse, ognuna con le sue forze e debolezze, e tutte preziose.

L’evoluzione di questa famiglia, dagli inizi a oggi, certamente ha comportato guerre, violenza e la ricerca infinita di dominazione e di maggiori possedimenti. È anche un’evoluzione nella quale profeti di pace hanno continuato a chiedere “pace, pace”, chiamando le persone a incontrarsi e a vedersi belle e preziose. Molti di noi, nel mondo attuale, continuano ad anelare la pace e l’unità. Tuttavia, in tanti restiamo impigliati nella nostra cultura, dove ci ritroviamo coinvolti nella lotta per vincere e avere di più. Come possiamo liberarci dalla cultura che incita le persone non alla responsabilità verso la famiglia umana e il bene comune, ma al successo individuale e al predominio sugli altri? Come possiamo svincolarci dai tentacoli e dalle catene di questa cultura, così da essere liberi per noi stessi, liberi dal nostro ego sovradimensionato e dalle nostre compulsioni, liberi di amare gli altri così come sono, diversi e tuttavia uguali?
Stare con significa anche mangiare insieme, così come ci ha invitati a fare Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare la tua famiglia, i tuoi amici, o i tuoi vicini ricchi, bensì poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai beato». Essere beati, dice Gesù, significa invitare i poveri alla nostra mensa (cfr. Luca 14). È bene specificare che non sono gli ospiti a essere beati perché possono gustare il cibo al banchetto, bensì il padrone di casa attraverso il suo incontro con i poveri. Perché il padrone di casa è detto beato? Non è forse perché il suo cuore è trasformato quando viene toccato dagli straordinari doni dello spirito nascosti nel cuore dei poveri?
È stato questo il dono del mio percorso personale e anche di quello di molti altri. Siamo stati guidati da quanti sono deboli sul cammino della beatitudine dell’amore, dell’umiltà e della pacificazione.
Per essere trasformati, dobbiamo anzitutto incontrare persone che sono diverse, non soltanto i nostri familiari, amici e vicini, che sono come noi. Incontriamoci al di là delle differenze, siano esse intellettuali, culturali, nazionali, razziali, religiose o di altro genere. Poi, a partire da questo incontro iniziale, possiamo cominciare a costruire insieme comunità e luoghi di appartenenza.

La comunità non è mai chiamata a essere un gruppo chiuso, nel quale le persone si nascondono dietro le barriere dell’identità di gruppo, interessate solo al proprio benessere o alla propria visione, come se fosse l’unica o la migliore. Non può essere una prigione o una fortezza. Purtroppo, per molto tempo è stata questa la visione piuttosto ristretta di diverse Chiese e religioni.

di Jean Vanier

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18 ottobre 2019

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